venerdì, 22 Gennaio, 2021
Attualità

Intervista al professor Razzante, autore del saggio “La Rete che vorrei”

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L’eccezionalità e i profondi sconvolgimenti che l’emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del Covid-19 ha provocato sull’intero pianeta, ha posto in evidenza la strategicità delle reti di comunicazione elettronica. In piena pandemia social, e-commerce, siti web, motori di ricerca hanno garantito servizi essenziali o diritti, consentendo a cittadini, imprese e alla pubblica amministrazione stessa di allargare la loro dimensione digitale in modo inaspettato.

Per comprendere quale sarà l’eredità digitale che questa pandemia, una volta terminata, consegnerà al popolo del web, La Discussione ha incontrato il Prof. Ruben Razzante, docente universitario alla Cattolica di Milano e alla Lumsa di Roma, fondatore del portale www.dirittodellinformazione.it, nonché autore di numerosi saggi in tema di diritto dell’informazione tra cui, ultimo arrivato, “La Rete che vorrei” (ed. FrancoAngeli, ottobre 2020). Il volume contiene scritti del prof. Razzante e di altri esperti, studiosi e addetti ai lavori: C. Avenia (Confindustria Digitale), G.C. Blangiardo (Istat), C. Cascone (Tribunale per i minorenni di Milano), D. Chieffi (Dipartimento Innovazione, Presidenza del Consiglio), G. De Rita (Censis), D. Dougherty (Alibaba Group), M. Foa (RAI), C. Giorgi (Amazon Italia), M. Ibarra (Sky Italia), S. Lucchini (Intesa Sanpaolo), M. Marseglia (Amazon Italia), A. Mazzetti (Facebook), S. Panseri (Google), G. Pitruzzella (Corte di Giustizia U.E.), R. Razzante. 

Prof. Razzante, è innegabile che la pandemia abbia dato un nuovo impulso a quel processo di digitalizzazione della quotidianità che la maggior parte della popolazione non aveva mai veramente abbracciato, costringendo anche i più refrattari a “fare i conti” con l’innovazione: penso alla didattica a distanza, allo smart working, alla telemedicina. È possibile, dunque, trovare almeno qualche segnale positivo in tutto quello che sta accadendo, oppure al termine della pandemia tutto tornerà come prima?
Ritengo illusoria la tesi di chi spera di ritornare alle abitudini pre-pandemia. Siamo di fronte a un cambiamento epocale, a una rivoluzione delle società e delle economie. L’irreversibilità di molti processi che si sono attivati con il lockdown, in termini di virtualizzazione di azioni e iniziative che fino a un anno fa mai avremmo immaginato di dover svolgere in Rete, è ormai un dato di fatto. Soprattutto durante il lockdown, la Rete ha consentito a milioni di persone di svolgere una molteplicità di funzioni, dallo smart working alla didattica a distanza, dal commercio on line ai pagamenti digitali, fino ad arrivare alla socialità virtuale, che ha sostituito in quei due mesi quella in presenza. È evidente che c’è il rovescio della medaglia.
Anzitutto le difficoltà tecnologiche per quanti vivono in zone disagiate o con poca copertura, visto che la banda ultralarga è ancora una chimera. In secondo luogo l’analfabetismo digitale di ampie porzioni di popolazione italiana. Poi la freddezza delle relazioni on line, che non potranno mai sostituire pienamente quelle in presenza. Senza dimenticare gli effetti devastanti che la virtualizzazione di molte funzioni prima svolte dal vivo ha prodotto sulla gestione del tempo e sull’organizzazione della vita famigliare e sociale. Tuttavia credo che, anche quando sarà finita la pandemia, ci auguriamo presto, le abitudini come il lavoro da remoto o le riunioni su skype o i webinar al posto dei convegni in presenza potrebbero diffondersi stabilmente. Fanno risparmiare tempo, riducono gli spostamenti e l’inquinamento, consentono di ottimizzare le risorse. Dunque i gestori delle piattaforme sono destinati a diventare sempre più preziosi per aziende e cittadini-utenti. A soffrire, tra gli altri, saranno le attività di ristorazione e i punti vendita di prodotti tecnologici, di abbigliamento e di altri settori merceologici, perché gli acquisti on line diventeranno la norma”.

Vorrei porre ancora maggiormente l’attenzione sul suo ultimo scritto “La Rete che vorrei”. Il sottotitolo, molto suggestivo, richiama alla necessità – o all’auspicio – di  “un web al servizio di cittadini e imprese dopo il Covid-19”. Vuol dire che, sino adesso, la rete è stata molto autoreferenziale e che, forse, da domani qualcosa di diverso possa accadere?
Come scrivo nel volume, pretendere di padroneggiare fino in fondo i cambiamenti che la Rete sta vivendo equivarrebbe all’illusione di riuscire a trattenere in una mano tutti i granelli di sabbia raccolti. Occorre uno sforzo di maturo e operoso adattamento all’ambiente virtuale che non faccia mai venir meno la centralità irriducibile dell’uomo e la sua inarrivabile profondità. La Rete inizialmente è stata autoreferenziale e i colossi del web si sono focalizzati esclusivamente sui profitti, cavalcando un business del tutto “anarchico” sul piano delle norme giuridiche e trascurando i diritti degli utenti. La pandemia ha accelerato il processo di responsabilizzazione di quelle multinazionali, che si sono messe al servizio di cittadini e imprese per allestire un ambiente digitale ideale per lo svolgimento delle molteplici attività normalmente svolte in ambiente fisico. Questo non significa abbassare la guardia rispetto alle tutele degli utenti. La Rete è una dimensione assai inclusiva e intimamente democratica, ma occorre evitare che posizioni dominanti, squilibri, disuguaglianze la trasformino in un killer dei diritti individuali e in uno strumento di manipolazione delle vite degli utenti”.

Durante i mesi scorsi c’è stata una overdose tecnologica che, se da un lato ha impresso un’accelerata al processo di trasformazione digitale degli italiani, dall’altro ha aperto la strada a nuovi abusi e dipendenze. Secondo lei sarà possibile trovare un giusto equilibrio?
“Abusi e dipendenze rischiano di trasformare la Rete in un regno insicuro e dunque vanno arginati, con le armi del diritto, della deontologia, dell’autodisciplina, della formazione ed educazione digitale. L’equilibrio è sempre precario in questi casi e si gioca sul filo del rasoio. Il Ministero dell’interno ha di recente lanciato l’allarme dei reati on line, come truffe sul web e clonazioni di carte di credito, che sono esplosi durante il lockdown, visto che in quei mesi furti, borseggi e crimini in presenza si sono praticamente azzerati. Questa emergenza richiama il carattere strategico degli investimenti in cybersecurity, che istituzioni, organizzazioni, aziende dovrebbero pianificare. C’è poi tutto il profilo psicologico di alcune condotte riconducibili al cyberbullismo, al revenge porn e, più in generale, alla categoria delle violenze commesse in Rete. Infine il macrotema del disagio psichico, accentuato dall’iperconnessione al web e dall’isolamento cui siamo stati costretti per gran parte del 2020. Ci vorrà del tempo, quando sarà finita la pandemia, per riequilibrare gli spazi tra la vita reale e quella virtuale, visto che quest’ultima tende ultimamente ad essere totalizzante. Ciascuno di noi dovrà molto lavorare su se stesso per riaprirsi al mondo circostante e coltivare la propensione alla disconnessione, soprattutto nelle relazioni interpersonali, visto che negli ambiti professionali, come detto, molti cambiamenti vissuti durante l’emergenza Covid, si riveleranno più o meno definitivi”.

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