giovedì, 27 Gennaio, 2022
Parco&Lucro

In quest’autunno caldo Etica, Sostenibilità e Finanza vanno sottobraccio

Da diversi mesi a questa parte tutto ciò che è ESG, Socialmente Responsabile, lotta all’impatto ambientale, Green, ha generato importanti rendimenti.

Come potrebbe influire l’esito delle presidenziali USA in questo trend?

L’attuale amministrazione USA ha mostrato un atteggiamento diffidente nei confronti dei temi ESG, con un sostegno limitato agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU e una continua spinta alla deregolamentazione, in particolare per quanto riguarda le considerazioni sul clima. Eppure la presidenza di Donald Trump ha coinciso con un aumento del patrimonio ESG in gestione negli Stati Uniti. Molti esperti sostengono che la crescita dell’ESG e della sostenibilità negli Stati Uniti non dipenderà dall’esito delle prossime elezioni americane.

Ad esempio Simone Gallo, ina una recente intervista ad ADVISORONLINE, sostiene che “Anche se Trump dovesse vincere un secondo mandato, non pensiamo che l’interesse del pubblico per l’ESG diminuirà”, spiega il manager. “Il mutamento di approccio, in atto a livello globale, riguardo alle questioni ESG non ha limiti geografici o politici. Le pressioni da parte degli asset owner, preoccupati per l’impatto a lungo termine di questioni come il cambiamento climatico e la disuguaglianza economica, continuerà a sostenere la spinta verso i prodotti d’investimento ESG. Gli asset manager stanno anche tenendo d’occhio l’imminente trasferimento di 30 mila miliardi di dollari di asset dai baby boomer ai millenial, i quali affermano di voler investire in conformità con i requisiti ESG.”

Sebbene il sostegno da parte degli investitori rimarrà a prescindere dal risultato delle elezioni, la spinta delle politiche federali US sarà diversa a seconda di chi ricoprirà la carica di Presidente nei prossimi quattro anni: in caso di vittoria di Trump sarà difficile vedere nuove politiche pro-ESG durante il suo secondo mandato, mentre Biden darà un ulteriore slancio al già forte cambiamento ESG e potremo assistere a un’accelerazione dell’evoluzione del mercato degli investimenti ESG.

“Con la spinta di una presidenza Biden, assisteremmo a una maggiore pressione per standardizzare i requisiti di disclosure da parte di emittenti e asset manager”, precisa Gallo. “Ci attendiamo anche maggiori requisiti di trasparenza per quanto riguarda l’impatto ambientale delle aziende pubbliche, dal momento che Biden ha introdotto un piano da 2.000 miliardi di dollari per affrontare il cambiamento climatico e impegnarsi ad ottenere emissioni zero attraverso la transizione green delle fonti energetiche, delle infrastrutture, dei trasporti, dell’agricoltura e altro ancora”, aggiunge il manager che conclude dicendo “ci aspettiamo che un governo Biden rafforzi il contributo del paese agli SDG nel prossimo decennio, riaffermando la leadership degli Stati Uniti in questo campo. È probabile che Biden faccia rientrare il paese negli accordi di Parigi sul clima e rafforzi l’adesione ai principi guida dell’ONU in materia di imprese e diritti umani”.

E l’Europa?

Oltre 150 manager e ceo di imprese europee hanno firmato una lettera-appello con la quale chiedono alla Ue di ‘sostenere l’ambizione fissata dall’European Green Deal di ridurre le emissioni di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030’. Tra i firmatari, Microsoft, Ikea, Deutsche Bank, Unilever, Google, Edf, e le italiane A2A, Acea, Assicurazioni Generali, Bancoposta Fondi, Cattolica Assicurazioni, Danieli, Ef Solare, Ferrovie dello Stato, Riva&Mariani, Poste Vita, Sorgenia, Terna Energy, Sicoi, Enel, Erg.

E la Von der Leyen, come sappiamo, ha risposto positivamente.

La Strategia di Transizione Verde “Green Deal Strategy” approvata dal Parlamento Europeo offre alle Aziende e alle Amministrazioni importanti occasioni di crescita.

Uno stanziamento di oltre 1000 miliardi di euro nel periodo 2021/2027 per finanziare la produzione sostenibile, il contrasto al cambiamento climatico, l’energia verde, l’efficientamento energetico, le smart city e nuove filiere di alimentazione.

Una prima attuazione viene dal Programma Horizon 2020 che ha stanziato 1 miliardo di euro in una call su 10 aree dedicate alla ricerca ed all’innovazione nei settori della “Green Deal Strategy”, con scadenza il prossimo 26 Gennaio.

È molto probabile che in un contesto in cui tagliare i dividendi sia non solo finanziariamente prudente ma anche ‘la cosa giusta da fare’, sempre più aziende sceglieranno di investire in soluzioni innovative e virtuose anziché continuare a immettere capitale nei business tradizionali che come sappiamo sono sempre meno redditizi. Le imprese lungimiranti, libere dalle catene di una visione a breve termine, hanno ora un’opportunità per fare leva sulla loro posizione privilegiata.

Stiamo imparando ad adattarci a questa nuova equazione per tentare di definire una nuova normalità. In questo contesto, i fondi di investimento sostenibile si confermano efficienti nel gestire i rischi sottostanti e riescono a generare rendimenti più resilienti, proprio perché sostengono e finanziano le imprese che operano per il benessere del pianeta e della società. Per gli investitori è molto logico rivolgersi ai fondi di investimento sostenibile, per le opportunità che offrono e perché ad avviso di molti questi investimenti sono in grado di generare rendimenti solidi nel mondo post-COVID.

Cosa c’entra il MES?

Un aspetto importante da prendere in considerazione e che potrà influire non marginalmente sull’andamento dei mercati finanziari in generale è il Mes. Ed il Mes c’entra con questo discorso perché il ricorso a questo strumento potrebbe amplificare, o meno, gli interventi degli stati a sostegno delle politiche “Green”.

Il negoziato europeo sulla creazione di un nuovo strumento finanziario del Meccanismo Europeo di Stabilità per interventi legati alla crisi sanitaria si è concluso mesi fa in maniera positiva, con il pieno recepimento delle richieste del governo italiano. Tra i contrari il dubbio più ricorrente consiste nel fatto che il ricorso a questi fondi possa successivamente determinare l’imposizione di condizioni macroeconomiche capestro, ma i documenti ufficiali ci dicono che le condizioni sono uguali per tutti i paesi e sono legate solo alla destinazione dei fondi.

L’unica questione rimasta è quella di decidere se far ricorso o meno a questo strumento. La motivazione principale dovrebbe essere quella economica. Si dovrebbe basare sul confronto tra il costo di prendere a prestito dal MES e quello di emettere direttamente titoli sul mercato per reperire lo stesso ammontare di fondi, pari al 2% del prodotto lordo per ciascun paese. Il costo del ricorso al MES, incluse le commissioni, dovrebbe essere intorno allo zero, poiché l’istituzione europea dispone del miglior rating possibile e riesce ad indebitarsi sul mercato a tassi negativi. Secondo i calcoli di Bini Smaghi, l ricorso al MES per un ammontare di 37 miliardi consentirebbe di risparmiare circa 700 milioni all’anno, 7 miliardi in 10 anni, circa il 20% dell’ammontare complessivo del prestito.

L’ipotesi opposta è che la domanda di ricorso al MES venga invece interpretata in modo favorevole e generi un maggior appetito nei confronti dei titoli di stato italiani, determinando una riduzione dello spread. Questa ipotesi, dai favorevoli considerata più realistica e più coerente con l’esperienza. Ma il dibattito politico ha continuato a dividersi tra i favorevoli e i contrari.  Ciò ha contribuito a diffondere l’idea che, anche di fronte alla peggior situazione economica, l’Italia non farebbe mai ricorso a questo tipo di strumento. Eppure, questo strumento rappresenta una condizione necessaria per l’attivazione del cosidetto OMT (Outright Monetary Transaction) da parte della BCE, che prevede l’acquisto illimitato di titoli di stato per contrastare manovre speculative che possono spingere un paese fuori dall’euro: se l’Italia rinunciasse a priori all’utilizzo del MES rinuncerebbe di fatto all’ombrello della BCE. Senza questo scudo protettivo, il rischio di instabilità finanziaria aumenta, con un costo elevato per l’economia italiana.

Mentre l’Europa è nel mezzo della seconda ondata di Covid con casi in crescita e nuove restrizioni in Francia, Spagna, Regno Unito e persino in Italia e Germania, i dati macro hanno iniziato a mostrare cali di mobilità e i PMI sui servizi di settembre confermano una perdita del momentum, mentre le previsioni sulla crescita nel quarto trimestre sono state riviste al ribasso. Nelle ultime settimane invece gli asset USA hanno sovraperformato rispetto all’Europa con l’euro che ha interrotto il rally, anche perché gli investitori prezzano una minore probabilità di contestazione dei risultati delle presidenziali. Notizie positive dalla Cina, che sembra stia sperimentando una ripresa a “V” con il PIL tornato a livelli pre-Covid e in accelerazione.

Il mercato europeo nel breve termine dovrebbe fare i conti con le politiche anticrisi e con il successo delle nuove restrizioni anti-virus. È probabile che a dicembre la BCE espanda ed estenda il programma di acquisto di asset, mentre non si può escludere del tutto un ulteriore taglio dei tassi, anche se non è lo scenario base degli analisti. L’effetto previsto è comunque una riduzione della pressione sui titoli di Stato europei e sugli spread corporate.

Attendiamo fiduciosi gli sviluppi dell’emergenza sanitaria e delle risposte di politica economica e guardiamo ai mercati con il giusto spirito, consapevoli, ormai, che si muovono spesso molto prima rispetto agli eventi che “probabilmente” avverranno. Oppure no.

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