giovedì, 22 Ottobre, 2020
Politica

Mentalità europea e spirito mediterraneo. Una possibile sinergia per il rilancio del Mezzogiorno

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Non è affatto vero, come sostengono alcuni, che il Sud sia tutto un altro mondo rispetto all’Europa o che i meridionali siano rimasti indietro di secoli rispetto ad alcuni valori come lo spirito patriottico, l’orgoglio nazionale e il senso civico che animano da sempre i popoli del Nord Europa. Come sempre, in queste affermazioni ci sono tante mezze verità, molto pregiudizio e anche un pizzico di razzismo. Più di ogni altra cosa, però, colpisce questa ignoranza della storia del nostro vecchio e amato continente. Diversi anni fa mi capitò di leggere un bel libro dedicato a Cesare Ottaviano Augusto, il primo imperatore romano. 

 “Augustus”, questo il titolo del libro scritto da John Williams, un romanziere americano e pubblicato in Italia nel 2017 da Fazi Editore. “Il più bel romanzo storico mai scritto da un americano”, così lo definì il Washington Post, nel 1973. Williams, dopo il grande successo di pubblico e di critica, tenne a precisare che si trattava di un romanzo e non di una biografia su Augusto. Ciò nonostante, rimasi molto colpito da un capitolo dedicato all’illustre zio dell’imperatore. E cioè a Caio Giulio Cesare, uno dei più geniali e valorosi condottieri che la Storia ricordi. Nelle pagine a lui dedicate, però, Williams si attenne a fonti vere. Mi colpì soprattutto un passaggio in cui si racconta che Cesare, prima di intraprendere la conquista della Gallia, volle scegliere personalmente i suoi soldati, anziché delegare i luogotenenti per questo delicatissimo incarico E sapete dove li reclutò? A Roma? Nelle grandi città sottomesse al Senato e al Popolo Romano? Niente affatto! Li reclutò nelle campagne meridionali, tra i contadini sanniti, lucani, calabresi e siciliani. Cesare, nelle questioni concernenti le strategie militari era un genio. Da vero condottiero, sosteneva che la tempra, la resistenza e la disciplina di questi contadini fossero virtù indispensabili per forgiare il soldato romano. E non si sbagliò. Infatti, furono le sue legioni a sbaragliare gli eserciti nemici. Furono questi contadini, travestiti da soldati, a costruire l’Impero Romano. Ecco chi erano i meridionali di allora. Per non parlare della stima e della grande considerazione che Cesare e i suoi generali nutrivano nei loro confronti. Poi, col tempo, le cose cambiarono e la storia, come spesso accade, mutò completamente registro. Mentre in Europa sorgevano gli Stati nazionali, il Mezzogiorno diventava terra di conquista. Ma attenzione! Gli invasori non sempre si trasformarono in dominatori. I longobardi, gli svevi, i normanni, gli angioini, a differenza dei Borboni e dei Piemontesi, hanno anche civilizzato gran parte del nostro Mezzogiorno. Con la loro lingua, la cultura, i costumi, le tradizioni.

Tante dinastie si meridionalizzarono e ancora oggi, nelle Regioni del Sud, splendono capolavori dell’architettura, dell’arte e della scultura che fanno parte a pieno titolo del grande patrimonio umanistico e storico del nostro Mezzogiorno. Potremmo ancora continuare con la storia, ma il discorso sarebbe troppo lungo e complesso per affrontarlo in sole due pagine di giornale. Una cosa è certa, però: i rapporti tra il Mezzogiorno e l’Europa non si sono mai interrotti. È vero, ci fu una lunga parentesi di alcuni secoli, in cui ognuno stava tranquillo a casa sua. Ma poi le relazioni tra il Sud e l’Europa ripresero con più vigore di prima. Vogliamo parlare del secondo dopoguerra e di quello che successe nel nostro Mezzogiorno? Lo sappiamo tutti cosa accadde. Milioni di meridionali, contadini, muratori, manovali, braccianti agricoli, artigiani, falegnami, meccanici, imbianchini, calzolai e chi più ne ha più ne metta, si riversarono, già agli inizi degli anni cinquanta, nelle fabbriche, nelle officine e nei grandi cantieri del Nord Europa. L’emigrazione di quegli anni somigliava più a un esodo biblico che alla ricerca di un lavoro o di una sistemazione. Interi paesi si svuotarono. Emigrarono non solo giovani, ma anche padri di famiglia, con mogli e figli al seguito. La disoccupazione faceva paura ed era amaramente vissuta come l’anticamera della povertà e dell’emarginazione sociale. Il Piano Marshall, la Ricostruzione e la Cassa del Mezzogiorno non bastavano a sfamare milioni di famiglie, attratte sempre più dal mito del consumismo e dal miraggio del benessere. Dopo duemila anni di storia, i meridionali tornano in massa in Europa. Ma questa volta non per combattere, per conquistare o per sottomettere. Non erano più i vincitori del mondo, ma erano accolti come i mendicanti della Storia. Tornavano col cappello in mano. Per lavorare, per sfamarsi e per dare un futuro dignitoso ai propri figli, rimasti lì ad aspettare, in quei paesini sperduti della Lucania, della Calabria o dell’Irpinia. Sono i meridionali, insieme ai turchi, greci, spagnoli, marocchini ed egiziani che ricostruiscono le città distrutte della Germania. Sono loro che mettono in marcia le grandi fabbriche svizzere e tedesche. Sono loro che sprofondano nelle miniere della Francia e del Belgio, per estrarre carbone per le industrie di mezza Europa. Sono i meridionali che, nel volgere di dieci/quindici anni, conoscono un altro mondo, vengono a contatto con altre culture e costumi, vedono i figli crescere e parlare non più il loro dialetto ma il tedesco, il francese, l’inglese. Sono i meridionali che con le loro rimesse e i loro risparmi, ridanno vita all’edilizia, alimentano il commercio e l’agricoltura nei loro paesi d’origine. E infine, sono sempre i meridionali che finalmente possono vantarsi, come scrisse Giovanni Russo, di aver fatto, con l’emigrazione, la loro Rivoluzione. E, vivaddio, di averla orgogliosamente portata a termine. Con il 2020, sono trascorsi più di settant’anni dalla seconda, grande ondata migratoria del Sud e spesso mi chiedo se è più cambiato il Meridione o i Meridionali. 

 Il Mezzogiorno, come tutti i territori di questo mondo, ha i suoi pregi ma anche tanti difetti. Possiamo dire tutto quello che vogliamo: che non esiste un’opinione pubblica matura; che non esiste ancora una classe dirigente all’altezza delle sfide del terzo millennio; che è tutta da costruire una classe imprenditoriale capace di spezzare l’immobilismo e l’inefficienza dei processi economici; che non esiste ancora quel fermento civico e dinamismo intellettuale che contraddistingue una moderna borghesia cittadina; che la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra ancora imperversano in tante città e nelle campagne. C’è qualcuno che potrebbe negare l’evidenza? Tutto vero, ma ……attenzione! Questa pandemia che si è abbattuta sul mondo intero, nel tempo e sottotraccia, forse potrà smuovere le acque. Potrebbe essere la volta buona per attivare quella sinergia tra mentalità europea e un rinnovato spirito mediterraneo. Il Piano di rinascita europeo sarà il banco di prova di questa sfida che ora attende il Mezzogiorno. E la partita, vorrei ribadirlo ancora una volta, non si giocherà tanto sulla quantità delle risorse o sull’entità dei trasferimenti che saranno destinati al Sud. La partita si giocherà su ben altri livelli. Parliamoci chiaro: quando sarà passata l’emergenza, dobbiamo ancora insistere con il Reddito di cittadinanza, con i Bonus sull’aria che respiriamo, sulla logica dell’assistenza e degli interventi a pioggia? Chiusa la Cassa per il Mezzogiorno, che facciamo, ci inventiamo la Cassa Integrazione a Vita? L’Italia è in crisi ed è il Mezzogiorno che soffre di più. L’Europa, dopo averci per anni e anni bacchettato, ora finalmente viene in nostro aiuto. Ci mette sul piatto 212 Miliardi di euro. Una cifra impressionante. Ma come saranno spesi tutti questi soldi? E per quali progetti? Che impatto avranno sull’occupazione, sul reddito, sullo sviluppo delle aree interne e quindi sul futuro delle nuove generazioni? Ecco perché, è giunta l’ora di abbandonare gli atteggiamenti vittimistici e di smetterla con le solite giaculatorie e i piagnistei. In questo delicato passaggio storico, il Sud dovrà tirar fuori la sua antica anima mediterranea. Quell’anima che, nelle sue lezioni sulla filosofia della storia, Hegel così descriveva: “Il Mar Mediterraneo ha potuto costituire un centro […] Il mare ci dà l’idea di qualcosa d’indeterminato, illimitato, infinito, e l’uomo, sentendosi in mezzo a questo infinito, è incoraggiato a varcarne il limite. Il mare invita l’uomo alla conquista, alla rapina, ma anche al guadagno e al profitto”. Quali sono allora le conclusioni che possiamo trarre? Ora non abbiamo più alibi. L’Europa del Trattato di Maastricht non esiste più. È bastato un virus a seppellirla. I poteri forti, i tecnocrati di Bruxelles o la voracità delle multinazionali non c’entrano un bel niente. Saranno i popoli, tanto quelli del Sud che quelli del Nord, a costruire finalmente gli Stati Uniti d’Europa. E speriamo vivamente che siano loro, in piena sovranità, a esprimere statisti degni di questo nome e all’altezza dei compiti che li attendono. L’Europa rinascerà se oltre alla moneta unica ritroverà un comune sentire e un’anima vera . Solo così potrà avere un senso. Solo così potrà costruire un futuro di prosperità e di pace.

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