giovedì, 22 Ottobre, 2020
Politica

Il voto. L’occasione mancata dal cdx e la guerra tra Salvini e la Meloni

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A bocce ferme una domanda è lecita: Fdi e Lega vogliono veramente far cadere il governo, o si accontentano di una mera rendita di posizione, sperando che gli eventi (crisi economica, Recovery Fund, criminalità e sbarchi continui di immigrati) possano spostare nuovamente l’opinione pubblica verso il centro-destra? Anche perché gestire la pandemia di andata e forse di ritorno, e tutte le ripercussioni che ciò comporta e comporterà, da ottobre in poi, non sarà facile per nessuno.

Fi invece, oscilla da tempo tra uno schieramento a guida sovranista che percepisce come sempre più estraneo e un’ipotesi di lavoro che Berlusconi sta giocando su due fronti: l’ago della bilancia indispensabile per vincere e le incursioni in una nuova area centrista che contende a Renzi, Calenda e Conte.
Salvini e la Meloni, come noto, hanno perso molti punti, sbagliando comunicazione durante la Fase-1 del contagio (il lock down): i cittadini, quando c’è un pericolo grave si aggrappano alle certezze, hanno bisogno di punti di riferimento certi, istituzionali, e non gradiscono ulteriori angosce, paure, vellicazioni della pancia (è la chiave che spiega i sondaggi ultra favorevoli al premier). Successivamente hanno recuperato, approfittando delle difficoltà economiche da parte dell’esecutivo, a far ripartire l’Italia nello sforzo di conciliare politica e salute pubblica.

Ma in occasione delle regionali e del referendum hanno perseverato nell’errore. Delle due l’una, o la loro strategia è logora, consumata, o si tratta di una scelta studiata a tavolino (ma in vista di cosa?). E ancora: o il fronte sovranista ha stancato, e c’è un’aria che spira in senso contrario (si pensi alla tenuta del Pd), o i due non vogliono scientemente defenestrare Conte.

Sul taglio dei parlamentari hanno evidenziato solo furbizia e ambiguità. In un primo tempo si sono affrettati a non lasciare la palma dell’antipolitica a Di Maio, immaginando una vittoria plebiscitaria del sì. A qualche settimana dal voto, vedendo il fronte del no, avanzare, hanno fatto dei pericolosi distinguo, per salvare capra e cavoli. Allora Salvini ha lasciato improvvisamente libertà di coscienza, modello-Giorgetti (per il no), e la Meloni si è addirittura sbilanciata in posizioni inquietanti: “Sono per il sì, ma se vince il no cade il governo”. Dando un messaggio destabilizzante. Segno di mancanza di chiarezza e lucidità.

Le regionali, inoltre, sono state lo specchio di una competizione interna tra Fdi e Lega, che potrebbe minare l’unità futura del centro-destra. Salvini non riesce a liberarsi dalla sindrome superba della vittoria calcistica, che lo porta a sembrare perdente anche se avanza e conquista una regione: se si parte mediaticamente dal 4 a 0, e poi si prevale per 1 a 0, non conquistando la Toscana, l’effetto è disastroso.
La Meloni, avanza elettoralmente, sta quasi raggiungendo i consensi che in passato aveva An. Il tema però, è la classe dirigente, non all’altezza della Meloni. Il patto di Milano, ha appalesato un vuoto incolmabile.

Perché presentare, imporre, Fitto in Puglia? Simbolo della vecchia politica? Errore speculare a quello commesso in Campania da Berlusconi (Caldoro). Inutile le accuse di disimpegno pugliese della Lega, il tema è più profondo. Lo stesso Acquaroli, nelle Marche, ha beneficiato di un vento favorevole, di uno spostamento a destra di gruppi economici che prima votavano Pd, ma il personaggio è incolore, prefabbricato.

La Lega, dal canto suo, ha problemi opposti: sta fallendo la Lega nazionale, restituendo lo scettro dei consensi centro-meridionali a Fdi; e al Nord dove impera il Carroccio, lo fa con i suoi governatori. Il caso-Zaia è sintomatico. La personalizzazione della politica potrebbe ridiscutere molti assetti intestini. E se Salvini continua a perdere (Toscana, Emilia), non confermando la sua figura di trionfante, non dando agli elettori una prospettiva immediata di riconquista di Palazzo Chigi, la sua leadership potrebbe risentirne.

Salvini e Meloni, potevano dare veramente la spallata al governo, sventolando il fronte del no al referendum, l’ostilità crescente degli italiani verso il Regime-Covid. Invece hanno tentennato. Debolezza, calcolo? Ma a furia di tatticismi, alla lunga la gente potrebbe smettere di investire su di loro.

(Lo_Speciale)

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