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La Siria: nuovo tassello indispensabile della nuova geopolitica energetica?

domenica, 19 Luglio 2026
2 minuti di lettura

Dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad, la Siria si presenta come uno Stato profondamente frammentato. Il governo di Damasco esercita un controllo limitato sul territorio ed è fortemente dipendente dal sostegno della Turchia, mentre Israele ha consolidato la propria presenza sulle Alture del Golan, rafforzando la propria influenza nel sud del Paese.

Accanto al potere centrale sopravvivono numerose realtà autonome o semi-autonome. Comunità cristiane, druse, curde e altre minoranze costituiscono spesso vere e proprie enclave, nelle quali l’autorità di Damasco incontra notevoli difficoltà. Se nei confronti delle aree curde il governo è riuscito, almeno in parte, a riaffermare la propria presenza, diverso è il caso della comunità drusa. Ogni tentativo di pressione si è infatti scontrato con la reazione di Israele, tradizionalmente vicino a questa popolazione e deciso a impedirne un ridimensionamento militare.

In un contesto tanto instabile, la Siria sembrerebbe uno dei Paesi maggiormente esposti al rischio di essere trascinato nello scontro tra Stati Uniti e Iran. Eppure, proprio mentre il Medio Oriente vive una fase di forte tensione, Damasco appare destinata a rimanere ai margini di un’escalation diretta. La spiegazione risiede soprattutto nella sua posizione all’interno della nuova geografia energetica regionale.

La chiusura dello Stretto di Hormuz, i continui rischi per la navigazione a Bab el-Mandeb e la vulnerabilità delle infrastrutture petrolifere del Golfo agli attacchi missilistici iraniani stanno imponendo una revisione delle rotte energetiche. In questo scenario la Turchia consolida il proprio ruolo di principale hub di approvvigionamento verso l’Europa, ma la Siria potrebbe diventare il tassello mancante di questo nuovo sistema.

Sul territorio siriano passa infatti l’oleodotto che collega i giacimenti petroliferi iracheni al porto mediterraneo di Baniyas. L’infrastruttura è oggi inattiva, ma il suo ripristino non appartiene più al campo delle semplici ipotesi. Il dossier è attualmente oggetto di valutazione, insieme alla possibilità di incrementarne significativamente la capacità attraverso la realizzazione di una seconda pipeline. Una soluzione che consentirebbe di sfruttare l’enorme potenziale produttivo dell’Iraq e di creare un corridoio terrestre alternativo alle rotte marittime oggi esposte ai rischi della crisi regionale.

In questo quadro, la stabilità della Siria assume un valore che va ben oltre i suoi confini. Nessun grande investimento infrastrutturale potrebbe essere realizzato in un Paese coinvolto direttamente in un conflitto regionale. La sicurezza del corridoio energetico rappresenta quindi un interesse condiviso non solo dagli attori locali, ma anche dai Paesi europei e più in generale dalla comunità internazionale, alla ricerca di forniture più sicure e diversificate.

È anche attraverso questa lente che può essere interpretata la relativa “immunità” della Siria rispetto all’attuale confronto tra Washington e Teheran. Pur restando un Paese fragile e attraversato da profonde divisioni interne, la sua trasformazione in un nodo strategico delle future esportazioni energetiche irachene rende la stabilità del territorio un obiettivo di primaria importanza.

Paradossalmente, dopo oltre un decennio di guerra civile, potrebbe essere proprio il petrolio a offrire alla Siria una nuova funzione geopolitica. Non più soltanto teatro delle rivalità regionali, ma corridoio indispensabile per la sicurezza energetica del Mediterraneo e dell’Europa.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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