martedì, 19 Gennaio, 2021
Sotto una buona stella

La sostenibile leggerezza del fashion?

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Il settore moda italiano è da sempre considerato e percepito, nel nostro paese e all’estero, come sinonimo di alta qualità, eppure già in tempi pre covid il nostro export rallentava. Oggi il settore vive una crisi globale e deve reinventarsi per andare incontro ad un mondo mutato e che nella fruizione e scelta di quale capo acquistare, e su cui dunque investire un budget, inizia a tener conto di altri criteri oltre a quello delle tendenze.

La moda è uno dei settori più inquinanti per tre ragioni sostanziali: ha un ciclo di vita breve, legata a tendenze che troppo spesso durano una sola stagione, da questo consegue un elevato accumulo di potenziali rifiuti spesso non biodegradabili e difficili da smaltire e infine il settore fa un impiego intensivo di risorse naturali, si pensi ad esempio che per coltivare 1 kg di cotone servono 11.000 litri di acqua.

Rendere sostenibile il settore, significa guardare alla sua filiera nel complesso, trasformandone tutti i processi produttivi in un miglioramento continuo che tenga conto di tutte le fasi della lavorazione e delle criticità riscontrabili in ognuna di esse. Ma quante e quali sono le fasi della lavorazione di un capo di moda?

A far chiarezza su questo e ad aiutare il consumatore ad orientarsi ed informarsi correttamente sul capo che acquista, dovrebbe essere l’etichetta di tracciabilità che racconta tutta la storia del capo in tutte le sue fasi di lavorazione e in tutti i passaggi che fa prima di arrivare alla vendita, dalla materia prima al confezionamento. La tracciabilità rappresenta un valore aggiunto per la riconoscibilità del valore di un bene e se è ormai un concetto che, in quanto consumatori, accogliamo favorevolmente nel mondo dell’agroalimentare e del food in genere (la corrispondenza salute e sana alimentazione è divenuto patrimonio culturale comune), facciamo più fatica a calarla nel mondo del fashion.

Ad oggi l’obbligo di tracciabilità nelle etichette nella moda italiana non esiste e sono pochi i produttori che ne fanno uso comprendendone il valore aggiunto e il legislatore fatica ancora a star dietro al nuovo che irrompe. Lo scorso febbraio è stata assegnata alla X Commissione attività produttive della Camera, a firma Borghese, il progetto di legge n.2378 che tenta di porre parzialmente rimedio alla mancanza di tracciabilità, proponendo una serie di criteri cui le aziende del settore moda devono attenersi e tracciare in etichetta per poter utilizzare la denominazione “Made in Italy” sui loro prodotti.

È un’ipotesi di lavoro che ha il merito di aprire il tema della tracciabilità nel comparto moda ma che vorrebbe concedere il marchio di Made in Italy “alle imprese che ne facciano richiesta, per prodotti finiti e intermedi per i quali almeno due delle fasi di lavorazione, come definite ai commi 5, 6 e 7, abbiano avuto luogo prevalentemente nel territorio nazionale” e che prevede l’uso  anche di fibre e pellami di importazione.

Si cerca una mediazione legislativa che più verosimilmente rappresenti uno standard minimo di etichettatura piuttosto che puntare ad uno standard di eccellenza e che guarda più alla necessità dei grandi gruppi di moda che devono riprogrammare i loro percorsi di innovazione e produzione verso una sostenibilità che verrà raggiunta nell’arco di programmi decennali.

Ma chi già fa vera sostenibilità oggi, perché è nato così, con l’idea di presentare un volto nuovo della moda e che in più fa 100% made in Italy? In Italia abbiamo decine di casi simili: start up, giovani creative, con innovazione italiana, filiera totalmente italiana, green e uno sguardo rivolto al sostegno di progetti no profit.

Ne citiamo qui solo alcune, sperando di incuriosire i lettori ad andare a scoprirle e comprenderle, in ottica di autoformazione: WAO che produce sneakers in canapa, colorata solo con pigmenti naturali sotto  la supervisione di un biologo, e  con suola compostabile,  SOSEATY che produce abbigliamento e accessori mare  usando Econyl, nylon prodotto dalla reti  da pesca  abbandonate in mare di brevetto della italianissima Aquafil, RIFO’ che rigenera cashmere per dargli nuova vita e forme, ORANGE FIBER che produce tessuti usando il pastazzo di agrumi.

Ecco, questa è l’eccellenza italiana, la creatività, il buono diffuso nel nostro Paese, che merita di essere protetto e valorizzato dal legislatore, portato ad esempio nel mondo e forse una porzione di quei 209 miliardi così faticosamente ottenuti nei giorni scorsi, dovrebbe essere investito su tanta bellezza.

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