mercoledì, 18 Maggio, 2022
Economia

Le condizioni che fanno bene all’italia

Si discute in maniera piuttosto contraddittoria sulle condizioni che l’Europa potrebbe imporre all’Italia in relazione alle varie forme di aiuto e di finanziamento, quelli che sono disponibili e quelli che dovrebbero diventarlo se Angela Merkel riuscirà a convincere i Paesi egoisti ad accettare la nuova filosofia della Commissione europea che è alla base del fondo New Generation EU.

Quando si parla di MES, i 36 miliardi che l’Italia potrebbe avere in prestito ad un tasso negativo, se li rimborserà in 7 anni, o 4 volte inferiore a quello dei BTP, se li restituirà in 10 anni, tutti pronti a vedere fantasmi.

Si ipotizzano trappole, condizioni capestro che potrebbero spuntare dall’ombra quando meno ce l’aspettiamo, una sorta di trappolone per mettere l’Italia sotto tutela. Si evocano gli sconquassi fatti dalla Troika in Grecia, che lo stesso Fondo Monetario Internazionale denuncia come eccessivi. Insomma fuoco e fiamme contro le “condizioni” terribili nascoste del MES.

In realtà il MES ha come unica condizione che i soldi siano spesi per la sanità e che non ci siano sotterfugi per utilizzare il prestito agevolatissimo per altre finalità. Potremmo dire che il MES non ha una condizionalità generale ma una specifica relativa alla destinazione precisa di quelle risorse.

Quando invece si parla dei probabili 172 miliardi, in parte a fondo perduto in parte prestiti, che potrebbero arrivare all’Italia dall’Europa nessuno si pone il problema delle condizioni che gli altri Paesi hanno il diritto di chiedere per essere sicuri che siano ben spesi.

Sdegnosamente i sovranisti e furbescamente anche molti non sovranisti, quando si parla di condizioni storcono il naso, come se non fosse normale in qualsiasi forma di prestito o di elargizione la richiesta di “garanzie” da parte di chi tira fuori i soldi nei confronti di chi li riceve.

L’Italia oltre ad avere la fama di Paese spendaccione (2500 miliardi di debito) ha anche quella di Paese che non sa spendere bene i soldi che riceve dall’Europa. Non sono buone credenziali per battere cassa.

In questa crisi terribile, l’Italia ha dato l’impressione di muoversi con poca lucidità e senza aver ben chiara la rotta da seguire. Nonostante comitato di esperti autorevoli il nostro Paese non sembra aver deciso nessuna strategia di riforme strutturali, nessuna politica industriale e si è limitato per ora a provvedimenti tampone, a grandi annunci e a una riforma denominata “semplificazione” che segna un passo avanti ma non incide sulla necessaria efficienza della Pubblica amministrazione.

Al posto di questa visione chiara su come ricostruire l’Italia sono circolate le solite voci su tagli indiscriminati alle tasse, sulla distribuzione a pioggia di aiutini qua e là.

Ben vengano, dunque, le condizioni che l’Europa ci vorrà chiedere come garanzia che i soldi che ci daranno inneschino uno sviluppo che ci consenta non solo di superare l’attuale crollo del PIL ma anche di metterci in condizione di innescare un meccanismo di crescita per ridurre anche l’enorme debito pubblico accumulato.

Queste condizioni ci costringeranno a presentare un piano credibile di riforme da attuare in tempi brevi ed impediranno la dissipazione di risorse che altrimenti finirebbero nei mille rivoli delle corporazioni e delle clientele elettorali.

L’Italia ha bisogno di dotarsi di un’agenda delle cose da fare secondo priorità e tempi prefissati e con una verifica sullo stato di avanzamento delle varie riforme. Se non è capace di scriverla da sola l’intervento dell’Europa è cosa gradita e non deve essere vissuta come ingerenza ma come opportunità di fare insieme alle istituzioni comunitarie quello che da soli non siamo capaci di fare.

Non c’entrano niente né la riduzione di sovranità né l’imposizione dall’esterno di condizioni draconiane modello Troika.

I soldi che riceveremo dovremo destinarli a risolvere quei problemi strutturali della nostra economia e del funzionamento delle amministrazioni pubbliche che finora abbiamo procrastinato e che ci hanno fatto perdere competitività e ricchezza. Se l’Europa ci aiuta non solo dandoci i soldi, ma anche stimolandoci a definire e ad attuare una strategia di rilancio complessivo del Paese, questa Europa non è né matrigna né invadente, ma solo saggia e utile a darci una mano per non sprecare anche questa irripetibile occasione storica.

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