giovedì, 29 Febbraio, 2024
Il Cittadino

Progressismo e limiti culturali

Un’altra statua di Colombo decapitata ed il presidente Trump corre il rischio di vincere nuovamente le elezioni americane.

Il pensiero, per la verità, non è mio, ma di un amico dichiaratamente “di sinistra”, il quale  di fronte ad un mio commento su alcune scelleratezze populiste di Trump e sulle rivolte popolari in seguito all’assassinio da parte della polizia dell’afroamericano Floyd, commentò: «ma se non la finiscono, va a finire che favoriscono Trump».

Non vi sarà sfuggito il mio essere “politicamente corretto“: nelle righe che precedono, parlando di Floyd, ho usato spontaneamente il termine “afroamericano”, guardandomi bene dal dirlo “nero” o “di colore”.

Mi iscrivo, quindi, anch’io, da liberale-libertario al variegato (con riferimento al mondo occidentale, non solamente nostrano) gruppo dei progressisti 2020.

Per, subito dopo, porre la questione del linguaggio e della comunicazione.

O, meglio, della non comunicazione, intesa quale silenzio accondiscendente di fronte a condotte anche scellerate, purché in qualche modo colorate di rosso (ma anche soltanto di tenue rosa shocking, a volte anche stinto) e riconducibili al conformismo culturale della sinistra in genere e della supposta superiorità etica.

Il “politically correct” è un tema, meglio un prodotto, che ci arriva dalla contraddittoria America e che ci è stato iniettato, sopratutto negli anni post-kennediani, da miriadi di film holliwoodiani con chiari intenti moraleggianti, da “Indovina chi viene a cena” in poi.

Cultura contraddittoria che dalle nostre parti viene anche percepita in maniera distorta.

Così la libera vendita delle armi è diventata un totem della destra estrema, mentre, nella volontà dei Padri Fondatori che l’hanno inserita nella Costituzione statunitense, doveva essere una garanzia popolare contro una deviazione non democratica dello Stato: impedire cioè al governo di stabilire chi potesse avere armi, perché il diritto alla ribellione contro chi sia divenuto dittatore è inalienabile.

Sotto altro profilo mi è inspiegabile perché il rapporto adulterino – con tanto di costruzione di un tunnel segreto sotto l’edificio pubblico della White House – di John Fitzgerald Kennedy con Marylin Monroe fosse quasi ammantato di romanticismo e di eroismo: non riesco ad immaginare (fatte le debite proporzioni tra la mitica Marylin e le “olgettine”) l’indignazione se Berlusconi avesse costruito un passaggio segreto non dico a Palazzo Chigi, ma con soldi suoi nella sua villa di Arcore.

Così come, noto en-passant, con una ardita capriola culturale, Berlusconi è diventato finanche gradito a Prodi, nel momento del bisogno…

Ma torniamo a Trump. Il nostro Donald – che nel nome e in qualche foggia della capigliatura richiama Donald Duck (questa è malignità da antentico “liberal”: che senza “e” suona ancora più progressista, perché non associabile al “libertario” che di per sé, evocando l’individuo, è passibile di essere accusato di destrorsità) – nel pieno delle proteste antirazziste e della vergogna indelebile, se ne va ai piedi del Monte Rushmore e tiene un nuovo “discorso della montagna”.

Senza mezzi termini Donald rivendica il suo orgoglio americano per i quattro Presidenti lì effigiati, nessuno dei quali scevro di vergogne, e di condotte oggi esecrabili, dalla lotta agli indiani al “me-too”, infischiandosene finanche del peccato originale incancellabile, perché George Washington verso la fine del ‘700 era proprietario di schiavi,

Lo dice a chiare lettere senza pudore e chiamando pane il pane e vino il vino. O cieco il non vedente; o paralitico il diversamente abile. Senza dileggio, ma solo perché quello è il loro nome. O forse con la coscienza che anche la parola “umano” potrebbe risultare un’ingiuria se vista dalla prospettiva di un tacchino (per restare in ambito americano).

La folla lo ha acclamato, invocando addirittura un altro quadriennio.

Dal canto loro i “liberal”, quelli veri – addirittura 150 intellettuali – nel timore da cui abbiamo preso le mosse di una nuova vittoria di Donald, hanno reagito come si doveva: denunciando la nuova ideologia “manichea” che determina un conformismo culturale che è quasi una “dittatura”, sia pure a difesa del “Bene”.

Ma senza avere il coraggio – che io liberale-libertario rivendico – di dire chiaramente che il “Tito Andronico” di Shakespeare sia un capolavoro e non una apologia dello stupro da mettere al bando.

Una tragedia effettivamente messa al bando nelle correttissime università americane.

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