martedì, 4 Agosto, 2020
Lavoro

Smart working e “ritorno al lavoro”

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Più ci si addentra in un regime di (quasi) normalità dopo i mesi di lockdown, più il dibattito intorno allo smart working si fa incandescente.

Quasi nelle stesse ore due forti accadimenti di segno opposto.

Da un lato il sindaco di Milano, Bebbe Sala, che incita la fine del lavoro da casa e la piena riapertura degli uffici pubblici, dall’altro l’emendamento proposto dalla deputata M5s Vittoria Baldino.

Emendamento accolto con entusiasmo dalla ministra della pubblica amministrazione, Fabiana Dadone, che parla di “rivoluzione in atto”, indifferente al rilievo che tale decisione sembra dare ragione alla vulgata popolare che almeno il 50% dei dipendenti pubblici non siano necessari per la comunità e decisa di lasciarne buona parte in smart working per tutto il 2020. 

Che il confronto sarebbe stato acceso si era già capito dalle reazioni veementi alle dichiarazioni del sindaco di Milano, Beppe Sala: “È stato bello scoprire lo smart working, ma è ora di tornare a lavorare”, che l’esercito di percettori di “reddito da resistenza in casa” era pronto a dar battaglia. 

Un’armata di madri lavoratrici che adesso vorrebbero stesso impiego e stessa paga, al netto delle corse in ufficio con pit stop all’asilo.

Trincee di emigranti, per dirla alla Troisi, che tornati al sud nella notte dell’assalto ai treni, vorrebbero rimanerci e lavorare nella casa avita senza alimentare l’economia milanese e i suoi costi della vita proibitivi. 

Nel mio vagabondare parlo con altri imprenditori che a telecamere spente, mi dicono: “fino a che erano costretti a stare a casa, anche per noia, qualcosa facevano; ora che sono in giro non fa un cappio nessuno, almeno non di utile, lavoro di più io per agevolare il lavoro di tutti”. 

Lo smart working ha evidenziato che le nuove tecnologie – sfruttate nel loro pieno potenziale – rendono obsoleti i mansionari di imprese private e pubblica amministrazione, escludendo almeno il 50% delle attività impiegatizie dal processo di formazione del valore. 

Allo stato attuale, queste persone che resistono in smart working percepiscono uno stipendio che serve ad alimentare il sistema dei consumi, una sorta di reddito di cittadinanza “on the job”.

Il giorno che cadrà il divieto al licenziamento per Covid e che i carichi di lavoro saranno riparametrati al fatturato, ne capiremo le vere conseguenze. 

Almeno per il settore privato; l’impiego pubblico è “protetto”.

Sarà interessante scoprire se effettivamente tutte queste competenze lasciate a casa al sud potranno impattare sull’economia del meridione facendo nascere nuove aziende o migliorando quelle esistenti.

Allo stesso tempo, quali saranno le conseguenze dello spopolamento di città come Milano in termini di consumi e fatturato, ma anche di inquinamento e vivibilità. 

Un tema dall’esito per nulla scontato.

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