martedì, 11 Agosto, 2020
Politica

La speranza di Conte. Dopo i gialloverdi e i giallorossi, arrivano i rosso-azzurri

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A Cont(e) fatti. Archiviati gli Stati Generali, un successo mediatico, ma un flop politico, il governo si sta avviando ad una lenta consunzione. Si nota dalle polemiche quotidiane tra alleati e dalla mancanza di concretezza. Anche perché, quando si tratta di arrivare a scegliere, i giallorossi litigano su tutto ed evitano di scendere in campo.

Come se non bastasse, a settembre ci sarà un drammatico redde-rationem: le scadenze fiscali, la verità sul posticipo della cassa integrazione e la verità sul Recovery Found e/o il Mes.
Sono tante, infatti, le partite del premier (e dei suoi sodali), che per ora riesce unicamente a galleggiare, approfittando della totale assenza di alternative concrete, e del bisogno che hanno le opposizioni esterne ed interne di organizzarsi. Al momento, prevale quindi, il “teorema Mattarella”: se non c’è un’alternativa solida a Palazzo Chigi, meglio le urne. E siccome in troppi temono le urne e Salvini, il Gattopardo trionfa.
E sono tanti i dossier aperti, occasione di scontro, giochi incrociati, strategie contrapposte: Ilva, concessioni stradali, giustizia, Ddl semplificazioni, priorità economiche, scuola.

L’ultima pietra di inciampo, gli appalti, bloccatisi sull’abuso di ufficio, una bandiera giustizialista per il Movimento che, dopo la figuraccia fatta sul caso Di Matteo, non può suicidarsi.
Da una parte, appunto, ci sono le ragioni storiche dei grillini, i quali consapevoli di giocarsi la sopravvivenza, avendo perso da tempo lo zoccolo duro (quello affezionato al No-Tav, al no-Vax, no-euro etc), paurosamente frammentati tra governisti (Di Maio), destristi (gruppo misto e Paragoniani) e sinistri (Fico), tentano di recuperare terreno boicottando i desiderata del Pd.
Dall’altra, i dem si sono stancati di svolgere la funzione del pompiere, eternamente positivi, costruttivi, quando al loro fianco hanno una spina ondivaga, ambigua e inaffidabile.

L’altro giorno Zingaretti ha redatto 10 punti a favore del Mes, collegandoli anche ad una sorta di rilancio di alcune battaglie ideali della sinistra: diritti civili, ius culturae e una radicale revisione dei decreti Salvini sulla sicurezza. Ma più che una piattaforma programmatica è sembrata una richiesta di aiuto, di collaborazione, ben sapendo il muro di silenzio che l’avrebbe accompagnata e avvolta.

I pentastellati ci sono o ci fanno? Sta di fatto che i numeri pro-Mes al Senato mancano: il no, grillini, Lega, sinistra tosta, Fdi, vincerebbe. E per Conte sarebbe l’inizio della fine. Ecco perché continua a fare dei distinguo.
A meno che, non entri ufficialmente o indirettamente nella maggioranza quella Fi, in perenne bilico tra centrismo europeo, moderato, cattolico-liberale e schieramento a guida sovranista. La tecnica del “capra” (centro-destra unito) e “cavoli” (interessi di Berlusconi, appartenenza al Ppe), riuscita finora, è ormai agli sgoccioli. Si profila un complesso chiarimento tra il Cavaliere, la Meloni e Salvini.

Ma per evitare ulteriori complicazioni, c’è qualcuno che ha lanciato una zattera a Silvio: “Un fronte repubblicano rosso-azzurro tra Fi e Pd”. Andando oltre Iv. Un espediente ideologico per stabilizzare il governo, svuotando e indebolendo Renzi che, con la sua Iv, non sembra all’altezza delle aspettative, dati i sondaggi non propriamente positivi. Un’ansia da prestazione che lo costringe a fare sempre il guastatore di Conte. Carlo Calenda, ispiratore del disegno, molto simile ad un nuovo progetto-Macron, è convinto che possa riuscire. E poi, si libererebbe di un fastidioso competitor centrista (Azione vs Iv). In soldoni: un patriottismo costituzionale contrapposto al patriottismo sovranista.

Tutte partite da disputare e in via di svolgimento, che sottintendono la partita più difficile: quella di Conte. Cade a settembre?

Lo_Speciale)

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