giovedì, 22 Ottobre, 2020
Politica

Giornali e politica: un pessimo riflesso condizionato

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Nei giorni scorsi c’è stato un doppio avvicendamento alla direzione di due importanti quotidiani di uno stesso gruppo editoriale: “La Repubblica” è stata affidata alle mani esperte di Maurizio Molinari, alla guida de “La Stampa” è stato chiamato Massimo Giannini, con vasta esperienza di editorialista e di direttore di radio Capital.

È bastata questa notizia a far ipotizzare imminenti terremoti politici e a scatenare le più ardite ipotesi di nuovi governi. Questa reazione istintiva non è un buon segnale. Significa che i giornali sono ancora percepiti come strettamente legati alla politica e alle sue dinamiche, perfino nel senso che ne anticipano gli sviluppi per favorirli: nulla di peggio si potrebbe dire della stampa libera!

Eppure è così. Esiste una sorta di riflesso condizionato per cui ogni cambiamento di editore o di direttore viene collegato a manovre politiche più o meno occulte o a operazioni di gruppi di potere che tendono a creare nuovi equilibri politici. La cosa assurda è che questi collegamenti arbitrari tra direzioni di giornali e operazioni di potere non sono fatti tanto da politici o da ambienti loro vicini ma vengono proprio dal mondo giornalistico che dovrebbe essere il primo a rifiutare qualsiasi ipotesi di legame organico tra linee editoriali e operazioni politiche.

Il giornalismo deve essere il cane da guardia delle istituzioni e dei cittadini per difendere le prime da usi e attacchi impropri e per informare i secondi senza il velo di appartenenze politiche strette.

Difendere l’idea di una stampa indipendente dalla politica non significa dimenticare che qualsiasi giornale ha delle preferenze in tema di valori.

La linea editoriale di un giornale è fatta di tecniche, di confezionamento e di diffusione delle notizie ma anche di orientamenti di valore. Nessuno di noi è privo di valori qualsiasi cosa faccia. Figuriamoci i giornali che devono selezionare tra valanghe di notizie quelle che loro ritengono importanti e decidere cosa andare a cercare con inchieste originali. Non potrebbero effettuare queste scelte senza la bussola di valori di riferimento.

L’indipendenza significa solo che le scelte di valore della testata sono fatte senza costrizione alcuna ma per libera scelta dell’editore e del direttore i quali si obbligano, nei confronti dei loro lettori, a rendere esplicite tali scelte, a rispettare questi valori e a impedire qualsiasi tentativo di sopraffazione o limitazione della loro libera espressione.

Pensare che possa esistere un giornale indipendente che non abbia orientamenti di valore è un inganno. Ma i valori cui si ispira una testata non hanno nulla a che fare con i partiti.

Un giornale che sposi la causa di un partito è un controsenso: per questo fine sono esistiti i giornali editi dai partiti, gloriose fucine di talenti e formatori di coscienze politiche. I vecchi giornali di partito giocavano a carte scoperte verso i loro lettori, difendevano le posizioni del partito di riferimento e spiegavano al loro pubblico perché lo facevano.

I giornali indipendenti che si sentono “legati” a questo o a quel partito tradiscono la loro funzione pubblica, umiliano sé stessi perché si riducono al rango di megafono di una parte politica senza avere la dignità di proclamarsi organo di quella parte politica, ingannano i lettori che credono di leggere testi scritti da mani libere e schiene dritte e invece si bevono pozioni avvelenate da improprie contaminazioni politiche.

La cosa più assurda è che spesso la sudditanza di un giornale ad un partito non è imposta dal partito di riferimento ma è scelta in maniera suicida dalla testata stessa!

La democrazia italiana soffre anche per la mancanza di un orgoglio giornalistico che difenda la propria indipendenza anche dalle parti politiche che sembrano più vicine alle scelte di valore della testata. I giornali non devono diventare un salotto buono dove si decidono le maggioranze di governo o altre alchimie politiche.

Nella ricostruzione post-virus dell’Italia occorrerà rivedere radicalmente questo nesso perverso tra giornali e politica e ripristinare una netta separazione tra il mondo dell’informazione e la politica. Solo così l’opinione pubblica tornerà a credere nei giornali e solo così la democrazia potrà migliorare la sua qualità.

Non dovremmo più vedere in tv giornalisti che difendono questo o quel partito, giornalisti di maggioranza contrapposti a giornalisti di opposizione, ma solo menti libere di criticare con animo sereno anche il partito che votano nel segreto dell’urna e che segreto dovrebbe restare anche per i loro lettori.

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