sabato, 30 Maggio, 2020
Ambiente

Bomba ecologica di microplastiche nel Tirreno. Tra Toscana, Lazio, Sardegna e Corsica fino a 1,9 milioni di frammenti per metro quadrato

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Alle prese con il Coronavirus, la crisi economica, lo stato di difficoltà delle famiglie, tutte le altre notizie sono passate in secondo ordine. Così è trascorsa inosservata una di quelle note che solo tre mesi fa avrebbe conquistato le prime pagine di giornali e telegiornali.

La notizia è questa: nel Tirreno è presente la più alta concentrazione di microplastiche mai misurata nei fondali marini del mondo. “Nello specchio di mare compreso fra Toscana, Lazio, Sardegna e Corsica si possono contare fino a 1,9 milioni di frammenti per metro quadrato”, si evidenzia nello studio.

Un record che che si abbatterà negativamente sulla salute dei cittadini. A indicare una concentrazione così nociva per ambiente, l’habitat marino, l’eco sistema, e le persone è uno studio pubblicato su Science dalle università di Manchester, Durham e Brema, insieme al Centro oceanografico britannico (Noc) e l’Istituto francese di ricerca per lo sfruttamento del mare (Ifremer). Nella analisi scientifica le microplastiche ritrovate nei fondali del Tirreno sono costituite per lo più da fibre tessili. Nello studio si cerca di capire da dove provengano i residui di fibre e plastica. Così si ipotizza che i residui tessili non vengono efficacemente trattenute dagli impianti di trattamento delle acque reflue.

“Le analisi dei campioni, incrociate con le mappe dei fondali e i modelli delle correnti marine profonde”, evidenzia lo studio di Scienze, “hanno permesso di capire che le microplastiche non sono distribuite in maniera uniforme: in realtà si concentrano e depositano in aree specifiche, degli hotspot che rappresentano per i fondali quello che sono le “isole di spazzatura” per le acque più superficiali”. Lo studio è il primo a evidenziare il legame diretto che unisce le correnti alla concentrazione di microplastiche: per questo i ricercatori sperano che possa essere utile per prevedere le aree dei fondali marini che nel mondo sono più interessati da questo fenomeno, potendo così esaminare direttamente l’impatto che le microplastiche hanno sull’ecosistema marino.

La spinta a questi spostamenti arriva dalle stesse correnti marine profonde che portano ossigeno e nutrienti: ciò significa che le microplastiche finiscono per accumularsi nei punti dove si concentra la maggiore biodiversità marina, rischiando di essere più facilmente assorbite o ingerite da parte degli esseri viventi che popolano gli abissi. L’allarme plastica nelle acque marine, nei fiumi fino alle condotte idriche è stato lanciato da tempo ma i volumi di produzione di materie plastiche, il loro riciclo e in parte l’immissione nell’ambiente è inarrestabile. A mettere in evidenza le preoccupazioni sono studi di più società anche quelle della grande distribuzione. A riferire dei crescenti problemi è anche il centro studi della lega Coop.

“Non era difficile immaginarlo,”, si osserva in un report, “ma ora c’è anche una ricerca a metterlo nero su bianco: un po’ della immensa quantità di plastica che produciamo (300 milioni di tonnellate annue, di cui una decina di milioni finiscono in mare…) ce la beviamo pure.

Nell’acqua del bicchiere ci sono microplastiche invisibili ai nostri occhi. Ovvero microscopici frammenti più piccoli di un paio di millimetri – in gran parte prodotti delle micro-fibre sintetiche con le quali ci vestiamo e dello sbriciolamento dei materiali plastici più grossi – che sgorgano dai rubinetti e non solo di una parte, ma di tutto il pianeta”. Si potrebbe dire in maniera “democratica”, cioè senza distinzioni tra Nord e Sud, sottolinea la Coop, del mondo né sulla base delle fasce di reddito, con effetti per la salute umana non ancora ben noti e sui quali sta indagando, tra gli altri, l’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare. “Anche in questo caso”, si fa presente, “non è difficile immaginare che la plastica disciolta nell’acqua non ci renderà più resistenti, anzi”.

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