mercoledì, 21 Ottobre, 2020
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Chiesa e Stato ai tempi del coronavirus

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Tra le misure varate dal governo per contrastare l’epidemia di coronavirus vi è anche il divieto dei funerali per evitare assembramenti e abbracci che amplificherebbero a dismisura il contagio. Con grande senso di responsabilità le gerarchie ecclesiastiche si sono adeguate alle norme statali dettando, a loro volta, regole molto stringenti per gli esponenti del clero. Un atteggiamento che dimostra senso di attaccamento alla comunità civile, vista anche l’eccezionalità del momento.

Mai, però, ci si sarebbe aspettati che si arrivasse alla denuncia a piede libero di un sacerdote ai sensi dell’articolo 650 del codice penale, vale a dire aver disatteso un ordine dell’autorità. È accaduto a Torre Annunziata, cittadina costiera dell’hinterland napoletano, dove non sempre l’ordine e la disciplina riescono ad avere la meglio sul degrado.

Nella estrema periferia svolge il suo ministero sacerdotale con passione e sacrificio don Ferdinando Ciani Passeri accusato dagli agenti della polizia municipale di aver violato il divieto di assembramento imposto per evitare il contagio del coronavirus.

Fin qui il crudo fatto di cronaca, almeno secondo il racconto di alcuni giornali locali che hanno riservato ampio spazio alla vicenda. Che, però, il diretto interessato smentisce categoricamente: “Ho benedetto da lontano la bara, stando sul sagrato. Non ho fatto nulla di male” – spiega il prete, punto di riferimento per tanti anziani, giovani senza lavoro, ragazze madri e famiglie disagiate che gli stanno tributando tutto l’affetto di cui sono capaci attraverso sms e messaggi su WhatsApp.

Ma perché i caschi bianchi avrebbero preso di mira il sacerdote?

“Non sapevo nulla del corteo funebre – risponde il “don Matteo” in salsa vesuviana che prima di approdare da queste parti, in località “Croce di Paselle” ha ristrutturato senza l’aiuto delle istituzioni una chiesa costruita grazie alla intercessione del Beato Bartolo Longo, fondatore del Santuario della Vergine del Rosario di Pompei – ho solo sentito al telefono i familiari del defunto che mi hanno chiesto, e non imposto, come pure ho letto su alcuni giornali, la benedizione della salma a distanza. Dal sagrato ho visto arrivare la macchina delle onoranze funebri con dietro i parenti. C’erano pure delle auto dei vigili. Ho pensato che si trattasse di un evento autorizzato, visto che nessuno ha impedito nemmeno la sosta per la benedizione. Del resto i decreti vietano di celebrare la Messa, non danno disposizioni in merito a eventuali benedizioni. Solo dopo, a cose fatte, gli agenti della municipale mi hanno chiesto i documenti”.

La notizia ha fatto ovviamente il giro della città. E don Nando si è ritrovato, per la prima volta nella sua vita, protagonista di un episodio di cronaca nera.

Il fatto, però, non ha influito sulla sua routine quotidiana: “Fortunatamente i moderni strumenti tecnologici suppliscono a questa mancanza di contatto umano e consentono anche a noi sacerdoti di essere presenti, seppure virtualmente, così da alleviare gli stati d’animo di quelli che cadono nello sconforto. Sono sempre in contatto con i gruppi della parrocchia sia su WhatsApp che attraverso i social, dove esprimo dei pensieri spirituali, mando delle frasi tratte dai Vangeli. Molti vorrebbero poter venire a Messa almeno una volta a settimana ma ho provato a spiegare che siamo tutti soggetti alle leggi dello Stato. Un buon cristiano è anche un buon cittadino che osserva le norme che vengono emanate”.

Se questo prete è un criminale…

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