domenica, 25 Febbraio, 2024
Attualità

La tregua continua ma è a rischio

Israele-Hamas accuse reciproche di violazione

Consegnato il quinto gruppo di ostaggi alla Croce Rossa per il ritorno a casa.
Sono dieci israeliani, mentre sono stati scarcerati trenta palestinesi. Molta emozione hanno suscitato le immagini dell’abbraccio, all’ospedale Schneider Children’s Medical Center, dei bambini Uriah (4 anni), Yuval (8) e Ofri (10) che hanno riabbracciato il loro cane Rodney. La famiglia dei tre bambini sapeva che vedere il loro amato cane li avrebbe fatti felici e il video di questa “semplice” ritrovata quotidianità sta facendo il giro del mondo. Al valico di Rafah il livello di allerta è stato portato al massimo per proteggere lo scambio e il Presidente Netanyahu si è anche mostrato in una foto durante un colloquio con il capo del Mossad, David Barnea, che è in Qatar, impegnato a sua volta nelle trattative con il capo della Cia, William Burns e il premier qatariota Al Thani. Un segno di conferma delle intenzioni di voler prolungare la tregua e permettere la liberazione di tutti gli ostaggi. Il Segretario di Stato Usa Blinken assicura: “continueremo il lavoro per portare a casa il maggior numero possibile di ostaggi”, anche perché ci sono ancora dei cittadini americani sequestrati da Hamas.

La tregua permanente

Egitto, Qatar e Stati Uniti stanno impiegando notevoli risorse diplomatiche per cercare di prolungare la tregua militare e, in definitiva, mettere fine alla guerra. Ma un cessate il fuoco a lungo termine richiede una svolta per ora quasi impossibile da ottenere. Israele ha ostaggi e soldati prigionieri da liberare e anche su Hamas contano migliaia di detenuti palestinesi. Il Governo israeliano ha promesso di estirpare la leadership dei miliziani e che Gaza non potrà tornare sotto il controllo dei terroristi. Secondo fonti governative Israele non sarebbe disposto ad ampliare la tregua destinata a scadere oggi, oltre domenica per un totale di 10 giorni. Il ministro degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, che segue da vicino le trattative, ha dichiarato che si sta “lavorando per rafforzare il ruolo di mediazione nel raggiungimento del cessate il fuoco permanente.” Anche l’ambasciatore palestinese all’Onu, Ryad Mansour, ha chiesto una tregua permanente durante una riunione dell’Assemblea Generale sulla questione mediorientale.

Usa propone il deconfliction

Fatto è che ieri tre ordigni sono esplosi nel nord della striscia di Gaza in un’area presidiata delle forze israeliane, “in contrasto con le intese per il cessate il fuoco”. Lo ha rimarcato il portavoce militare di Israele sottolineando che in uno di questi episodi è stato aperto il fuoco contro i soldati, che hanno risposto all’attacco. “Alcuni soldati sono rimasti feriti in modo non grave”, ha precisato il portavoce. Sono subito volate accuse reciproche. Mentre gli Stati Uniti, dalla Casa Bianca sondano le intenzioni dei contendenti e ieri è stato fatto trapelare che Israele nel condurre la sua campagna a sud, deve muoversi “con estrema attenzione per ridurre al minimo la conseguenza di ulteriori, significativi sfollamenti” e in modo “da evitare il più possibile i conflitti (“deconfliction”) con le strutture umanitarie, compresi i numerosi rifugi delle Nazioni Unite situati nel centro e nel sud di Gaza.” “Non è possibile – sostengono gli esperti americani – replicare nel sud il tipo di spostamento avvenuto nel nord. Sarebbe più che dirompente. Andrebbe oltre la capacità di qualsiasi rete di sostegno umanitario, per quanto rafforzata o robusta possa essere.” Insomma a sud della Striscia di Gaza non si può intervenire in modo massiccio e sistematico come è stato fatto al nord.

La guerra costa 53 miliardi

Tra l’altro l’operazione militare ha un costo che proprio ieri la Banca centrale israeliana, ha quantificato in circa 53 miliardi di dollari da qui al 2025. Poco più della metà della cifra è destinata all’aumento della spesa per la difesa. La Banca centrale tiene conto anche della perdita di entrate fiscali e dell’aumento della spesa ordinaria per i civili. Secondo i dati elaborati l’impatto arriverà al 3% del PIL israeliano entro la fine del prossimo anno, mentre le imprese lottano con la carenza di manodopera e la domanda dei consumatori resta debole. Israele fa affidamento sul sostegno finanziario degli Stati Uniti e di altri alleati per finanziare il proprio bilancio e ha emesso miliardi di dollari in obbligazioni. La banca centrale israeliana ha contribuito a stabilizzare i mercati finanziari e a sostenere la valuta, lo shekel, vendendo riserve estere. Lo shekel è aumentato del 9% rispetto al dollaro questo mese.

I racconti, raccapriccianti

Intanto continuano a emergere pezzi di racconti degli ostaggi liberati sui lunghi giorni di sequestro. La zia di Eitan, 12enne francese tenuto ostaggio da Hamas e liberato ieri, ha raccontato che il nipote è stato costretto dai miliziani “a guardare il film dell’orrore che nessuno vuole vedere, l’intero film”, riferendosi ad alcuni video girati durante l’attacco del gruppo palestinese in Israele il 7 ottobre. “Quando è arrivato a Gaza, tutti i civili, tutti, lo hanno picchiato. Stiamo parlando di un bambino di 12 anni”, ha aggiunto, “ogni volta che un bambino piangeva, lo minacciavano con una pistola per farlo stare zitto”. Mentre paiono sempre più flebili le speranze per la liberazione della famiglia Bibas: padre, madre e i loro figli Ariel, 4 anni, e Kfir, 10 mesi, l’ostaggio più piccolo che resta in mano dei miliziani palestinesi a Gaza. “Chiediamo al governo israeliano, al Qatar e all’Egitto, a tutti coloro che sono coinvolti in questi negoziati e in questo accordo, di fare tutto il possibile per includere la nostra famiglia in questo accordo e di rilasciarli il prima possibile” è l’appello dei famigliari che hanno anche promosso una manifestazione nella ‘Piazza degli Ostaggi’ di Tel Aviv. “Un bambino non dovrebbe essere una pedina in nessuna guerra, atto di terrore o gioco politico.” Addirittura i media israeliani, riportando il racconto di alcuni membri del Forum delle famiglie degli ostaggi, rivelano che molte donne e bambini rapitisono state tenuti in gabbie.

Aiuti umanitari a singhiozzo

Il valico di Rafah, ha riferito il capo della Mezzaluna Rossa egiziana nel Nord Sinai, Khaled Zayed, ha aperto ieri mattina alle 7 preparandosi per far uscire, come previsto dagli accordi di tregua, giunta al suo quinto giorno, 200 camion umanitari e 7 cisterne con 130 mila litri di carburante e 80 tonnellate di gas per uso domestico. Se ne contavano oltre 700 in attesa, ma anche i tempi si allungano perché secondo il meccanismo concordato, devono passare dal terminal terrestre di Al-Awja nel Sinai centrale per l’ispezione, quindi tornare e scaricare il carico, sul lato palestinese attraverso Rafah. Fonti egiziane denunciano che Israele ha bloccato l’ingresso di 58 ambulanze, provenienti da vari Paesi del mondo, nella Striscia di Gaza: solo 18 sarebbero in entrata dal valico di Al-Awja, nel Sinai centrale, e 11 sono in attesa da due giorni.

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