martedì, 5 Marzo, 2024
Cultura

Romaeuropa Festival: Lemi Ponifasio immagina il paradiso in tempo di guerra

Immaginate uno spazio temporale di quasi due ore, in cui la danza e il teatro diventano tappeto rituale dominato dalle ombre, immaginate quel che resta delle nostre architetture ridotto ad un perimetro sottile, essenziale di una stanza, sopraggiunge una figura femminile che porta un teschio tra le mani e lo depone al centro dello spazio. Siamo all’improvviso dentro una caverna primitiva oppure siamo al centro della nostra anima? In quello spazio a cui non siamo più abituati ma che l’anima domanda per poter tornare a dare voce a se stessa. questo spettacolo sembra ricordarci che anche l’anima ha bisogno di un luogo in cui abitare e non può bastargli il nostro corpo, preso ostaggio da stimoli sempre più veloci e violenti e contenzioni sempre più stringenti. È attraverso queste suggestioni che Lei Ponifasio, straordinario artista samoano, ci coinvolge in un vero rituale, capace di elidere tempo e distanza.

“Le geografie del nostro tempo” sono per il Romaeuropa Festival 2023, diretto da Fabrizio Grifasi, anche le differenti prospettive attraverso le quali descrivere e raccontare il mondo. È il caso dell’artista samoano-neozelandese Lemi Ponifasio, che a circa dieci anni di distanza dal suo Birds with skymirror (al REF nel 2012), è tornato al Teatro Argentina il 18 e il 19 ottobre per presentare in prima nazionale (in corealizzazione con Fondazione Teatro di Roma) il suo Time Between Ashes and Roses.

Una creazione che, nelle parole dello stesso Ponifasio, nasce come reazione spontanea alla lettura di Concerto Al-Quds del poeta siriano Adonis ma che con la stessa spontaneità sembra allontanarsi dall’input iniziale per articolare un percorso spirituale nutrito dalle contraddizioni umane, dalle utopie irrealizzate e da quelle precipitate nella violenza.

«Vengo da Samoa» racconta Ponifasio «uso la mia visione cosmica, le nostre cerimonie tradizionali, i nostri rituali e la nostra lingua come apparato per guidare la ricerca della mia poesia e spingere il mondo e il teatro o la performance contemporanea fuori dal suo purgatorio antropocentrico ed eurocentrico. Questo spettacolo trova le sue radici nei deliri dell’infanzia: immaginare un paradiso e trovarci una guerra. “The time between ashes and roses”: Mi sono imbattuto in queste parole di Adonis quando ero all’università nel 1982 e sono rimaste con me come una potente tela bianca per la creazione».

Su questa tela bianca Ponifasio ha costruito il proprio spettacolo: un fluire ipnotico di immagini e canti tradizionali, movimenti, oscurità e luce, al quale il pubblico è invitato ad abbandonarsi. La sua radicale idea di messa in scena chiede allo spettatore un esercizio di posizionamento disancorato dallo schema di pensiero occidentale; il suo utilizzo della simbologia si iscrive in una personale visione cosmica, iniziatica, istintuale e non eurocentrica tanto potente quanto volta a fuggire etichette disciplinari ed estetiche. Né teatro, né danza, dunque: il territorio delle arti performative è azione, pratica del presente, un punto di contatto tra una visione ancestrale dell’esistenza e un futuro in potenza. L’immagine più potente dello spettacolo è anche l’azione più ampia dal punto di vista sia del significato che dello sforzo performativo: il ballerino, l’attore, l’essere primigenio e senza età, sono portati in scena dal performer che si reimpasta il volto con la terra e si muove nello spazio come uno scimpanzé, ma con lo sguardo costantemente rivolto alla luna. Qui ho sentito più forte il richiamo di un mondo sconosciuto e che lotta per sopravvivere fagocitato dall’età della tecnica. A chi urlano gli animali quando urlano alla luna? Quale forza, quale madre, quale soccorso invocano? In questo spettacolo questo grido l’ho sentito davvero e ho scoperto che è il mio stesso.

Lungi dal costruire narrazioni politiche o storiche, infatti, Ponifasio sembra occupare lo spazio artistico per articolare un tempo altro, dedicato ad altre forme di contemplazione e comprensione del mondo. «Non rifiuto la cultura europea, ma privilegio la mia visione cosmica. Voglio portare alla luce energie, spiriti e conoscenze soppresse, proibite, degradate o scartate dalla colonizzazione. Il mio lavoro riguarda il modo in cui io, come persona che vive nel mezzo dell’Oceano Pacifico, vivo e rispondo al mondo».

Tra le ceneri e le rose, allora, Ponifasio sembra dare vita ad un rituale in grado di trascendere il tempo. Non un’azione per il presente, ma un donarsi di corpi attraversati dalla Storia: quella di un popolo, delle comunità incontrare durante il proprio percorso artistico, quella del mondo che si riflette nel loro sguardo, quella del cosmo come una eco dell’umanità tutta. «Ho deciso che il mio modo di essere “all’avanguardia” sarebbe partito dalle vie dei miei antenati. Ho messo in scena le loro cerimonie, la loro lingua, che sono anche la mia lingua e le mie cerimonie. Non c’è distanza tra me e loro. Sono me, interferiscono, sussurrano, mi incoraggiano. Non ho più paura della modernità e non considero l’antichità intoccabile. Io sono il whakapapa. Sono la vita dei miei tipuna. Senza di me, non esistono. (…) La mia visione cosmica non è un’ideologia o una cultura, ma uno stato della vita, della coscienza, uno stato di apertura e di reazione nel mondo in cui esisto attraverso il mio corpo mitologico: un corpo costituito molto prima della mia nascita, all’interno dei miei antenati, della terra, del mare e dei pesci. Non mi avvicino alle arti performative o alla danza come a un linguaggio, ma come a un atto che spero crei un ponte verso altre dimensioni della coscienza e faccia sperimentare un’intensa consapevolezza della propria. Un’energia che vibra dalla coscienza si incorpora nella carne e diventa consapevole di essere carne dell’universo. Mi interessa una dimensione prelinguistica, dove la cultura fatica a formarsi, dove risvegliare i nostri sensi primordiali e la nostra consapevolezza».

Il canto finale, corale, lungo le sponde di un lungo lenzuolo, che evoca il fluire del fiume, è una preghiera e un augurio all’umanità, che fanno di questo spettacolo un vero e proprio mantra di speranza. Ne abbiamo bisogno.

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