venerdì, 10 Aprile, 2020
Europa

L’isola(ta) Britannia

Dal primo di febbraio 2020, la Gran Bretagna (il “Regno Unito” che comprende gli Stati di Inghilterra, Scozia, Galles ed Irlanda del Nord) non fa più parte dell’Unione Europea.

Da ieri i cittadini dei rimanenti 27 Stati Europei si sono svegliati più poveri di un territorio che è circa il 5,5% di quello dell’intera Unione e con la consapevolezza di avere perduto 66 milioni di “connazionali”. Non parlo della riduzione di Pil, né delle conseguenze commerciali: ma è evidente anche qui un impoverimento.

Eppure i dati statistici parlerebbero di una grande integrazione tra UE e Regno Unito: poco meno di un milione e mezzo di britanni risiedono negli Stati europei; più di tre milioni e mezzo di cittadini europei (settecentomila italiani) vivono oltre Manica.

Gli inglesi hanno, quindi, con caparbietà dato esecuzione al risultato del referendum che ha sancito la loro uscita dall’UE: la così detta Brexit.

Per rispetto delle regole democratiche, è stata data esecuzione, tra mille contrasti politici, al verdetto derivante da una consultazione popolare. Decisione popolare che i sondaggi successivi non hanno potuto scalfire, neppure quando mettevano in dubbio che la maggioranza che aveva determinato la Brexit non esistesse più.

Sul punto qualche riflessione andrebbe fatta anche in Italia, dove spesso si urla il mancato rispetto della democrazia, perché non si opera sulla base di un sondaggio: e magari si è taciuto su consultazioni popolari ineseguite, quali quelle sulle reti idriche del 2011 o quella, più antica, sul finanziamento pubblico ai partiti.

Del resto, quando si parla di democrazia, l’Inghilterra ha qualcosa da dire sempre, essendo la Patria delle costituzioni: la Magna Charta Libertatum, è stata promulgata il 12 giugno 1215, in pieno Medio Evo.

La Gran Bretagna, però, è prima di tutto un’isola: anzi un insieme di isole perché di essa fanno parte anche vari arcipelaghi.

Gli isolani hanno una forte propensione a chiudersi nel loro mondo: limitato, ma certamente più difendibile.

Addirittura quasi inviolabile perfino per Roma che, non a caso, a un certo punto rinunciò alla sua conquista: forse anche perché, per gli antichi romani, la Britannia era posta ai confini del mondo.

La realtà oggi è ben diversa rispetto a quella di 2000 anni fa.

La Gran Bretagna è uno dei più ricchi e potenti Stati del mondo. Per i dati statistici che abbiamo riferito e grazie ai trasporti moderni, non è assolutamente periferica, anzi è centralissima: per l’economia italiana soprattutto.

Gli interessi che il nostro Paese ed il Regno Unito hanno in comune sono oggi molteplici e generano legami molto stretti.

Il tempo della diffidenza verso la “perfida Albione” è finito prima della metà del secolo scorso. L’Inghilterra ha smesso di essere, per gli italiani, luogo di emigrazione povera alla ricerca di un posto di cameriere.

Oggi in Inghilterra è presente una folta comunità italiana di primissimo livello, impegnata nella City, nella sanità, nella tecnica ed in vari settori fondamentali.

Fortissimo ed apprezzato è il nostro export, di prodotti di grande qualità che stanno facendo primeggiare, l’Italia nel mondo. Con i prodotti agricoli – dell’agricoltura più attenta e colta – in primo piano.

Certamente la diplomazia dell’UE ricercherà soluzioni ai vari problemi concreti che la realizzata Brexit determinerà.

Ma sarà essenziale, per noi italiani, senza inseguire teorie presuntuosamente isolazioniste, essere parte attentamente attiva nella politica estera dell’UE e di ricercare, in quell’ambito, accordi particolari, anche a vantaggio dei nostri che si sono lì stabiliti.

Questo è un tema che gli italiani tutti, non solo chi abbia legami o interessi in Gran Bretagna, dovrebbero suggerire al Governo: che non c’è l’ha, pericolosamente, in agenda.

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