venerdì, 10 Aprile, 2020
Attualità

Il giornalismo ha un futuro?

Non è una domanda retorica cui a cuor leggero si possa rispondere: “ma certo, di che stiamo parlando?”. Il problema c’è ed è solo in parte collegato alla crisi dei giornali.

La crisi dei giornali è legata al ritardo con cui i gruppi editoriali hanno capito che si stava realizzando una nuova rivoluzione che andava guidata e dalla quale invece si sono fatti sopraffare. In Italia questa crisi è aggravata dal fatto che fino alla conquista del Corriere della sera da parte di Urbano Cairo non c’erano “editori puri” che avessero come attività principale quella di saper confezionare giornali.

In altri Paesi l’innovazione introdotta con rapidità e investimenti notevoli nell’editoria ha aiutato i giornali a resistere meglio all’onda d’urto e a saper convivere con la realtà digitale.

La crisi del giornalismo è, invece, di proporzioni più vaste e non riguarda solo l’Italia.

Il giornalismo non esiste se non c’è libertà di espressione del proprio pensiero e di informare, parallelamente al diritto ad essere informati. Per questo esso è un pilastro fondamentale delle democrazie.

Esistono giornalisti anche nelle dittature o nelle democrazie illiberali e totalitarie, ma si tratta di trombettieri del Capo la cui funzione è quella di fare da megafono obbediente alle verità che fanno comodo al regime. Naturalmente ci sono sacche di resistenza costituite da giornalisti coraggiosi anche nei Paesi dove la libertà è soppressa o fortemente limitata. Ma quasi sempre diventano vittime di repressioni più o meno feroci e passano le loro vite in carcere.

Il giornalismo oggi però è in crisi proprio nei Paesi liberi e democratici. Questa crisi è esplosa con la frantumazione dell’opinione pubblica operata dalla diffusione della rete, dei social network e del dilagare di testi che – anche quando non sono volutamente delle fake news – hanno la parvenza di notizie ma non sono oggetto di nessuna verifica delle fonti e della veridicità del loro contenuto.

La chiamano “disintermediazione” e in parole povere significa che ognuno scrive o inventa quello che vuole e lo mette nel ventilatore della rete, senza che ci sia alcuna gestione professionale delle notizie. Così la gente finisce per bersi qualunque stupidaggine venga fatta circolare, le tribù di gruppi iper-convinti delle loro fedi si consolidano nelle loro certezze e la qualità dell’informazione degrada perché anche in questo campo la moneta cattiva scaccia quella buona.

Ma c’è di più: di questa frantumazione dell’opinione pubblica c’è chi cerca di approfittare, manipolando le notizie, utilizzando le tecniche classiche della “disinformazione” che consiste nel generare una confusione di varie versioni dei fatti in modo da a vere menti confuse e controllabili.

Il giornalismo viene così relegato in un angolo, come una sorta di sopravvivenza del passato, guardato con sufficienza e arroganza da gente ignorante o da cinici manipolatori pagati da questo quel regime per avvelenare le acque delle democrazie libere. C’è infine l’attacco dei populisti al giornalismo considerato come un punto di riferimento delle tradizionali élite politiche che mira a screditare questa professione.

I giornalisti in Italia si sono facilmente esposti a critiche per un eccesso di appartenenza a questa o a quella fazione politica e hanno fornito il destro a chi sostiene che il giornalismo sia inutile perché non indipendente. Guarda caso, spesso questa critica è rivolta proprio da coloro che vorrebbero i giornalisti non “cani da guardia” della democrazia ma “cagnolini da salotto” del Capo di turno.

Io sono convinto che proprio lo sbandamento dell’opinione pubblica frammentata ed esposta a qualsiasi bugia o manipolazione stia confermando quanto sia necessaria l’intermediazione professionale giornalistica. Questa esigenza prima o poi diventerà sempre più forte e ci sarà una “domanda” di giornalismo serio. Ma mentre infuria la tempesta i giornalisti dovrebbero fare di tutto per difendere la propria identità professionale facendo dell’indipendenza, della serietà, dell’accuratezza e della completezza possibile la bandiera della loro funzione pubblica nelle moderne democrazie.

Il giornalismo ha un futuro se i giornalisti diventano più bravi, più seri e più liberi e se gli editori puri resistono alle pressioni della politica e dei potentati economici.

Una sfida enorme cruciale per il futuro non del giornalismo ma della nostra libertà.

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