sabato, 15 Agosto, 2020
Esteri

Se a Londra non funziona l’ascensore, sociale

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Oh! Finalmente Boris ha avuto il suo giocattolino. Che ne farà adesso beh, tocca aspettare e vedere. Intanto, il partito laburista cerca di mettere insieme i cocci della più bruciante sconfitta del secolo ed è alla ricerca di un nuovo leader che sappia fare sintesi, unire; il partito liberaldemocratico, che con una incauta strategia elettorale, per restare agli eufemismi, ha fatto harakiri confermando di essere un peso piuma nello scacchiere politico inglese finché non deciderà di fare sul serio onorando una storia nobile e ultracentenaria e ha finito per dare ragione ai territori che lo hanno accusato di centralismo elitista ovvero di guardarsi troppo l’ombelico da quel di Londra.

Eppure sono stati propri i territori, trasversalmente a tutti gli schieramenti politici, a chiedere in ogni modo possibile maggiore attenzione votando Leave. Sono stati i territori a dire basta con una Londra a porte chiuse. Riprendiamoci Londra, ripetevano in molti. Riprendiamoci le nostre case vendute a prezzi assurdi. Riprendiamoci le meravigliose opportunità di carriera appannaggio della odiosa e mai sopportata élite internazionale.

Fughiamo ogni dubbio: hanno avuto ragione a pensarlo. Hanno avuto ragione perché da un lato, guardando i numeri, lì ci sono i lavori più remunerati come le aziende più prestigiose per cui lavorare e a chi non piacerebbe, bisogna essere intellettualmente onesti; hanno avuto ragione perché, dall’altro, è stato proprio il duro Brexiter e Ministro del Tesoro, Javid Sajid, allora moderato Remainer che da ragazzo e figlio di emigrati raccontava ogni fine estate di essere stato in vacanza in posti meravigliosi per non sfigurare con i suoi compagni di quella élite a cui lui stesso aspirava mentre di fatto non si era mosso da casa, a dire da Davos nelle scorse ore che in passato e ben prima della crisi finanziaria del 2008 si è pensato solo a far crescere la torta ma non a chi l’avrebbe mangiata. E quanto. E quindi la Brexit: mo ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost’.

Eh, no. Anche no. Sorry. Il motivo? Semplice. Londra è in mano alle élite ricche. Ricchissime. Una ricchezza che deriva da due settori: banche e finanza. Come conferma una recente ricerca, infatti, pensare di farsi una vita degna di questo nome a Londra da outsider, ovvero da cane sciolto, oppure provenendo da condizioni sociali povere non è possibile. A meno che non sei nato a Londra da famiglie londinesi benestanti oppure se sei un membro della élite dei super ricchi.

La vera barriera sociale, confermano i tipi del Sutton Trust, un’organizzazione di beneficenza che lavora per migliorare la mobilità sociale nel Paese, è proprio il costo delle case. Insomma, se sei ambizioso ma povero, fatti una vita.  Anche perché, stando allo studio, manca consapevolezza della propria condizione da parte della classe ricca organizzata, sottolineano gli esperti, su piccole cerchie sociali autoriflettenti.

In altri termini, quello che gli studiosi cercano di dire, è che questi non si considerano particolarmente fortunati perché sono circondati da quelli come loro. Non si rendono conto dell’enorme fortuna che hanno tra le mani. O forse non gli basta mai. In termini più prosaici, il sazio non crede al digiuno. Così, il fluido della scala mobile che si chiama meritocrazia, è finito, finendo a sua volta per ingrippare il meccanismo. E questo circolo vizioso si chiude con l’incremento della separazione sociale che a sua volta diventa geografica, visto che sono in molti a un certo punto nella vita, ovvero quando vogliono metter su famiglia, a scegliere l’entroterra. E devono andarsene.

Ora, questa storia trova riscontro in tante altre realtà. Per esempio, cosa dire dell’esplosione dei senza tetto a San Francisco, nella Silicon Valley, terra di startup e futuro dove manca il presente, dove farsi una famiglia è considerato ormai un lusso estremo, dove leggi storie di giovani ingegneri che vivono in roulotte perché non possono permettersi una stanza in affitto e pensano se lo avessi saputo prima! Ma senza andare troppo lontano, restando al caldo di una città come Roma, quanti sono i sogni infranti di una vita normale da parte di tanti ragazzi fuorisede che a un certo punto hanno fatto un secondo biglietto di sola andata oppure hanno avuto in premio l’estrema periferia nonostante curricula eccezionali e carriere in crescita, talvolta di prestigio.

Il punto però qui è diverso. Perché adesso, la festa è finita. Boris ha vinto, stravinto, novello braveheart al grido di “Get Brexit Done”, ovvero realizziamo la Brexit, rendiamola realtà. Lui che viene dalle superelite britanniche, con educazione a e accento di (perché anche quello fa la differenza nella ascesa sociale in Inghilterra) Eton e Oxford, lui che ha abbattuto la cortina rossa del deprivato nord d’Inghilterra, lui che ha chiesto energia positiva e coraggio, lui che sfida l’UE perché sa benissimo di essersi cacciato in un vicolo cieco per il potere, ma che potere non può a meno di tragici effetti collaterali. Insomma, lui ha in tasca centinaia di migliaia di voti di persone ai margini della società. Sarà Londra città aperta? Ah, saperlo!

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