martedì, 21 Maggio, 2024
Cronache marziane

Kurt e le formule magiche

Dopo le inevitabili polemiche suscitate dalla diffusione delle notizie su una proposta di direttiva che affronti il tema della responsabilità civile dei magistrati nell’ottica dello spazio unico europeo, il mio amico marziano ha promesso che non avrebbe più messo il naso nelle carte e negli altri documenti che custodisco in biblioteca, ma che si sarebbe d’ora in poi limitato a leggere i libri che ne riempiono – in modo più o meno ordinato –  gli scaffali.

Per dimostrarmi la sincerità delle proprie intenzioni, Kurt ha dunque riportato alla luce un polveroso volume degli anni ‘70, avente ad oggetto “ Le formule magiche della scienza giuridica“ (Wietholter L. – Bari, 1975), e mi ha domandato (non senza una punta di malizia) come fosse possibile che – in pieno ventesimo secolo – ci fosse ancora qualche studioso che utilizzasse la magìa come approccio al fenomeno giuridico.

La domanda non era banale e tanto meno retorica, perché sono ormai molti anni che l’incrocio degli studi giuridici con quelli politici ed antropologici ha dimostrato come il processo di differenziazione del diritto dalle altre scienze sociali affondi le sue radici proprio nelle pratiche magiche e nella loro progressiva stabilizzazione in tecniche di invocazione dell’intervento di una o più divinità per sanare i contrasti fra gli uomini, dando così origine a quella derivazione sovrannaturale del diritto che ha resistito fino al tempo delle rivoluzioni liberali, allorché la grazia di Dio come base del potere costituito venne ad essere progressivamente sostituita dalla volontà dell’insieme dei cittadini che andavano a formare gli Stati nazionali, nei quali si erano venuti progressivamente a frantumare gli imperi dopo la pace di Westfalia, che notoriamente pose fine alle guerre di religione in Europa.

Il riemergere di quel volume dalla polvere che lo aveva ricoperto mi ha fatto tornare in mente temi e problemi ben più ampi di quelli sintetizzabili nella domanda di Kurt: in particolare mi ha ricordato che – in quei lontani anni 70 – cominciava ad affiorare una negazione dell’idea di giustizia che aveva accompagnato i miei studi universitari e dalla quale sarebbero nate domande tuttora in attesa di  convincenti risposte: in particolare quelle relative al modello di società che si voleva allora costruire e che era ancora alla ricerca del suo diritto  e della  forma politica entro la quale quello stesso diritto si dispiega.

Scriveva infatti Witholter  che il mondo del diritto ”è una monarchia costituzionale senza monarca, prescientifica, preindustriale, predemocratica. Più precisamente: una monarchia costituzionale senza monarca, ma con un ‘imperatore segreto’ di dubbia legittimità; questo imperatore è il diritto, più concretamente, la giustizia. Dovunque volgiamo lo sguardo, troviamo dei ruderi. Non è rimasta pietra su pietra. Solo che non ne siamo consapevoli e non lo vogliamo credere”.

Ecco allora dove trovare la risposta alla domanda del Marziano: le formule magiche nelle quali la scienza giuridica si rifugia altro non sono che le mere astrazioni assunte dei giuristi come punto di riferimento dei diritti e dei doveri: dall’autonomia del volere al rapporto giuridico, dalla proprietà al contratto, dal diritto generale ai diritti speciali.

Tutti modelli – spiega ancora Witholter – che ricordano il  Barone di  Munchausen quando tentava di uscire dal pantano in cui si era cacciato, tirandosi da solo per i capelli.

Inutile dire che quest’ultima esemplificazione non ha assolutamente convinto Kurt, rimasto piuttosto deluso per non aver trovato quello che cercava e che potrei chiamare la pietra filosofale del diritto: quella, per intenderci, che può trasformare in oro ogni materiale, anche più vile.

Il Marziano però dovrebbe imparare – come già abbiamo fatto noi terrestri – la sottile arte della pazienza; perché è inevitabile che, prima o poi, anche gli ordinamenti giuridici dovranno diventare meno imperfetti: potrà essere merito dell’intelligenza umana, oppure dell’intelligenza artificiale: potrebbe nascere un nuovo Cartesio, oppure il suo ruolo verrà coperto da Chat GPT.

È certo però che l’attuale assetto degli ordinamenti, a qualunque livello, è sempre meno capace di dare concrete risposte ai bisogni di certezza delle popolazioni che in quegli ordinamenti sono costrette a riconoscersi.

L’analisi di Witholter, potrebbe perciò essere – a cinquant’anni di distanza – ancora attuale: il diritto che abbiamo fino ad oggi conosciuto continua a perdere progressivamente la sua funzione stabilizzatrice e la storia ci insegna come financo il passaggio dal potere di derivazione divina a quello di derivazione umana non ci rassicuri affatto sull’ineluttabilità dell’avvento della democrazia e sulla sua tenuta come modello di lungo periodo.

Il ‘900 ci aveva consegnato un mondo dominato da pulsioni individualistiche che si scontravano con quelle collettivistiche, producendo fenomeni come il fascismo e lo stalinismo quali modelli antitetici alla democrazia stessa, ma le ombre lunghe di quelle pulsioni continuano a togliere luce anche alle società politiche del secolo attuale.

Di questa circostanza dobbiamo rimanere consapevoli, prima che sia troppo tardi, almeno noi abitanti di questo pianeta: al contrario, il Marziano potrà limitarsi a farne rapporto ai suoi concittadini.

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