giovedì, 20 Febbraio, 2020
Europa

Campioni europei? Se Italia, Germania e Francia…

L’Europa è un gigante che si comporta come un nano. Il mercato europeo – anche dopo la prossima uscita del Regno Unito – sarà costituito da circa 500 milioni di persone, rispetto ai 329 milioni degli Stati Uniti.

Secondo i dati 2018 della Banca Mondiale, sommando il PIL nominale di tutti i Paesi europei  si arriva ad un totale di 42 trilioni di dollari che diventeranno 40 dopo la Brexit, pari al 48% del PIL mondiale. Gli Stati Uniti hanno un PIL di 22,19 trilioni di dollari pari al 25,88% del PIL mondiale.

Il 31 Gennaio, 3 anni dopo il referendum sulla Brexit, si aprirà una fase di incertezza enorme per molti settori di beni e servizi se è vero quello che ha affermato il Ministro delle Finanze di Londra Sajid Javid: “non ci sarà alcun allineamento alla regolamentazione europea, nessun mercato unico, nessuna unione doganale”. Insomma, liberi tutti.

Da quel momento in poi le aziende europee di molti settori dovranno misurarsi con concorrenti britannici che si muoveranno senza i vincoli delle norme europee e che andranno ad aggiungersi a quelli degli USA e della Cina. 

Ci saranno dei contraccolpi inevitabili che porranno al centro dell’attenzione un tema che da tempo dovrebbe essere nell’agenda di statisti degni di questo nome: ha senso all’interno dell’Unione Europea una politica di competizione tra aziende dello stesso settore ma con bandiere diverse che si indeboliscono reciprocamente rispetto a competitor mondiali?

Da qui la domanda: non sarebbe meglio cominciare a favorire  nell’area del mercato europeo la costruzione di grandi gruppi leader nel loro settore che diventano “campioni europei” capaci di gareggiare a livello globale?

Si tratta di una questione cruciale per lo sviluppo dell’economia dei 27 Paesi e per il ruolo geopolitico dell’Europa.

Finora la regolamentazione europea è stata ispirata dai sani principi della concorrenza che dovrebbe consentire uno sviluppo del mercato in nome dell’efficienza e della migliore fornitura di beni e servizi sia per i consumatori che per  le altre aziende. A questa sana competizione europea si somma però una competizione di bandiere nazionali che forse è arrivato il momento di superare.

In molti settori che richiedono investimenti ad alta intensità di capitale – pensiamo ad esempio a quello dell’auto, della cantieristica navale, dell’aerospazio, dell’elettronica – una competizione eccessiva tra aziende che appartengono a Paesi membri dell’Unione europea rischia di indebolire tutti i partecipanti a questa nobile gara con il risultato di far emergere campioni mondiali extraeuropei. Ma questo discorso è valido anche per altri settori dove si richiedono non enormi capitali ma grande esperienza e professionalità

Se invece di farsi la guerra tra loro le aziende europee provassero a mettersi insieme e ad effettuare  adeguate fusioni ed operazioni di riorganizzazione del loro business per rafforzarsi a vicenda, per accrescere complessivamente le loro dimensioni e diventare dei veri colossi, probabilmente ne trarrebbero tutte dei vantaggi e potrebbero giocare a testa alta nel mercato globalizzato.

Finora questa impostazione non è mai emersa anche perché ogni Paese membro dell’Unione ha cercato di ottenere regole da cui trarre vantaggio verso competitors europei senza accorgersi che la competizione è ormai mondiale e che bisogna guardare fuori dai confini sia nazionali che europei.

Prendiamo, per esempio, il settore agro-alimentare in cui l’Europa ha notevoli eccellenze. Perché francesi e italiani devono farsi la guerra su questi prodotti senza invece coalizzarsi e andare alla conquista dei mercati mondiali come una potente macchina da guerra? Lo stesso si potrebbe dire per tanti altri settori nei quali creare un fronte comune europeo non solo non penalizzerebbe le aziende dei singoli Paesi ma le rafforzerebbe rendendole più solide e competitive.

Una politica industriale di questo tipo avrebbe ripercussioni anche geopolitiche notevoli. Prendiamo il caso della Libia: se Francia e Italia, che sono i Paesi europei più direttamente interessati ai giacimenti petroliferi libici, si fossero messi d’accordo da tempo per armonizzare i loro interessi in quell’area non ci sarebbero stati i bombardamenti francesi nel 2011 e oggi la partita sarebbe solidamente in mano europea senza le intromissioni di Turchia e Russia.

Una politica economica e geostrategica di questo tipo deve essere condotta dalle tre maggiori potenze economiche europee, che dopo la Brexit sono Germania, Francia e Italia. I loro leader politici dovrebbero pensare in quest’ottica e innescare un meccanismo virtuoso che farebbe ripartire al galoppo una stagnante economia e produrrebbe finalmente, anche una politica estera comune senza sgambetti reciproci.

Speriamo che capiscano per tempo una cosa così semplice…

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