mercoledì, 19 Febbraio, 2020
Attualità Editoriale

Denatalità, la politica batta un colpo

Il 4 dicembre scorso il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo ha annunciato all’opinione pubblica e alla stampa l’ennesima flessione delle nascite: siamo, infatti, passati dai 535mila nuovi nati del 2001 a meno di 430.000.

Nella Relazione “Natalità e fecondità della popolazione residente” (2018) gli analisti dell’istituto nazionale di statistica rilevano che il dispiegarsi degli effetti sociali della crisi economica ha agito direttamente sulla carenza di nascite.

Non a caso le donne residenti in Italia hanno accentuato il rinvio dell’esperienza riproduttiva verso età sempre più avanzate. Dal 2000 in poi l’età media delle donne al primo parto ha continuato a salire, arrivando ai circa 32 anni del 2017.

È del tutto evidente che la denatalità rappresenta un problema per lungo tempo trascurato, sia in relazione alle crescenti dimensioni del fenomeno, sia per quanto concerne le ricadute a livello sociale, economico e territoriale.

La generale sottovalutazione ha fatto sì che si rivelasse assolutamente insufficiente l’azione pubblica volta a contrastare i fattori all’origine della denatalità, come è stato invece fatto con maggiore efficacia in altri contesti europei, dalla Francia ai Paesi scandinavi.

Non ci si deve, perciò, meravigliare se il nostro Paese non figura ai primi posti della classifica dei migliori Paesi del mondo dove far vivere e crescere un figlio che, con cadenza annuale, viene realizzata dalla Wharton School dell’Università della Pennsylvania negli Stati Uniti d’America.

Gli studiosi hanno passato al setaccio 73 nazioni di Europa, Asia, Africa, Americhe e Medio Oriente. La loro valutazione si è basata su parametri come la qualità e i costi dell’istruzione, la tutela dei diritti umani, la sicurezza dei cittadini e i congedi per maternità e paternità.

Sul primo gradino del podio è salita la Danimarca, considerata il miglior posto dove mettere su famiglia grazie alle sue “generose politiche di congedo di maternità e paternità”, senza dimenticare l’assistenza sanitaria e l’istruzione gratuite.

La seconda e la terza piazza sono state assegnate a Svezia e Danimarca.  Canada e Paesi Bassi sono, rispettivamente, al quarto e al quinto posto, seguiti da Svizzera, Nuova Zelanda, Australia e Austria.

E l’Italia? Per motivi facilmente intuibili non siamo tra i più bravi, ma abbiamo ottenuto un “dignitoso” sedicesimo posto. Magari se i nostri politici mettessero per un attimo da parte calcoli e strategie per dedicarsi, anche occasionalmente, alla programmazione ed al varo di serie politiche per la famiglia potremmo anche aspirare a qualcosa in più.

Con maggiore coraggio e determinazione una inversione di tendenza sarebbe possibile, a condizione di attuare interventi a favore delle nascite, eliminare le diseguaglianze nell’accesso a servizi come asili nido e ludoteche, instaurare un fisco davvero amico e, soprattutto, incentivare le politiche di conciliazione tra lavoro e vita familiare.

Perpetuando un vecchio slogan appare legittimo rivolgere una domanda agli attuali “inquilini” dei Palazzi del potere: se non ora, quando?

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