giovedì, 20 Febbraio, 2020
Attualità Editoriale

Giustizia, servono più magistrati

No al cosiddetto “ergastolo processuale”. La levata di scudi arriva dal presidente della Fondazione “Enrico De Nicola”.  

“Sulla prescrizione si sta diffondendo un dibattito surreale che vede chiunque intervenire, anche senza conoscenza delle nozioni di base – afferma l’avvocato Gennaro Torrese – populisticamente c’è chi afferma che con l’eliminazione della prescrizione non ci saranno più impuniti e sostenendo tale tesi si afferma che l’innocente non ha nulla da temere dalle nuove disposizioni. A queste affermazioni può agevolmente replicarsi dicendo che sottostare – sine die, senza termine – ad un processo infinito nei tempi è già una pena, tanto che si parla di “ergastolo processuale”. “D’altronde – prosegue – non si tiene da conto che lo stragrande numero di prescrizioni non si verifica nella fase del processo, ma ben prima, durante la fase delle indagini, quando le carte sono soltanto nelle mani dei Pm (basta leggere le statistiche del Ministero della Giustizia)”.

“Molti, compreso chi addita gli avvocati come sodali degli imputati e coagenti per la determinazione della prescrizione del reato – aggiunge il giurista, profondo conoscitore della vita e dell’attività forense del primo Presidente della Repubblica Italiana – non sanno che tutte le volte in cui venga disposto un rinvio del processo su istanza della parte o del suo legale scatti automaticamente la sospensione della prescrizione. Viene quindi sfatato un altro clamoroso luogo comune che sia l’Avvocato a determinare la prescrizione con le sue tecniche dilatorie”. “Certo – continua – una Nazione può decidere con piena legittimità di allungare o accorciare il termine di prescrizione dei reati, anche in funzione della loro gravità, ma altrettanto certamente non può consentirsi di eliminarla del tutto”.

Secondo Torrese: “bene ha detto l’Organismo Congressuale Forense specificando che porre il processo al di fuori del flusso del tempo danneggia tutti: la vittima e tutta la collettività, che hanno interesse ad un pronto accertamento della responsabilità e alla punizione del reato; l’innocente già danneggiato dal solo fatto di essere sottoposto al procedimento, e per il quale ogni giorno in più di sottoposizione al giudizio penale e alla gogna che spesso ne consegue dà luogo a un supplizio intollerabile; lo stesso colpevole, che ha diritto di vedere definita in breve la sua vicenda, scontando la sanzione per poi reinserirsi nella società”.

Di qui l’ulteriore (e amara) constatazione che “si tratta di principi basilari di diritto tanto ovvi da far ritenere che l’intero dibattito sia artefatto, come mezzo di distrazione di massa dai veri problemi del Paese. Garantire la ragionevole durata del processo è obbligo di portata costituzionale è principio di democrazia, è onere morale per qualsiasi comunità che si definisce evoluta. La soluzione è oltretutto ovvia. Per abbreviare i processi e per evitare le prescrizioni, in qualsiasi fase, si reclutino nuovi Magistrati si assumano nuovi addetti di cancelleria, si forniscano agli uffici mezzi tecnici idonei a migliorare un servizio così essenziale per la democrazia. Certamente non è una soluzione ridurre le garanzie a presidio dei diritti del cittadino, come quando disinvoltamente si va discettando di eliminare il grado di appello, in quanto inutile duplicazione di un grado di merito, lasciando le tutele successive tutte legate ad un eventuale ricorso alla Cassazione che – si ricorda – è Giudice di legittimità”.

Ebbene non dormirei sonni tranquilli in un sistema – che per carenza di mezzi e di organico – è molto orientato a decisioni monocratiche, sia in sede civile che penale, con la privazione della possibilità di ricorrere in appello per la valutazione della correttezza della decisione di primo grado”.

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