martedì, 15 Giugno, 2021
Il Cittadino

Mi faccia causa

Mi sono guadagnato da vivere, dal 1978 fino ad ora – e fanno più di quarant’anni: era meglio se non li contavo – svolgendo la professione dell’avvocato civilista.

Ho lavorato con grande serietà ed impegno nel tutelare diritti ed interessi dei miei clienti, cercando, però, di non prendermi troppo sul serio, per non perdere la coscienza dei miei limiti.

Credo che i miei maggiori successi professionali non siano derivati dalle cause che ho vinto, ma piuttosto da quelle che ho evitato venissero iniziate.

Vi svelerò un segreto.

La causa è una malattia. Se ve la fanno, pazienza; ve la siete presa la malattia, dovete curarvi, vi dovete difendere. Ma se siete voi a iniziarla, dovete essere ultrasicuri che passare per quella malattia sia l’unico mezzo, l’unica strada percorribile.

Molto difficilmente attraverso il giudizio (salvo le pratiche di recupero crediti, che non ho mai perseguito) si ottiene la soddisfazione richiesta.

Al di là della “lotteria” rappresentata da una causa – affermandosi con le sentenze tutto e il contrario di tutto ed occorrendo decenni per arrivare all’uniformità giurisprudenziale – in un processo civile può capitare, più spesso di quanto si creda, che problemi  procedurali prevalgano sulla sostanza della giustizia richiesta. Cioè che si finisca più a discutere di dove e come fare quel giudizio o di altre questioni quali ammissibilità e procedibilità, che del problema concreto.

Il tutto in un processo che l’incapacità del sistema trascina per anni e anni.

Tutto ciò ovviamente fa molto comodo alla parte inadempiente e che non abbia nulla da perdere.

L’efficacia di un giudizio, di una sentenza civile, infatti, è data dalla capacità patrimoniale della parte soccombente. Se ottengo una sentenza che condanna una persona che non possiede alcun bene ad un determinato risarcimento, ho solo conseguito un bel quadro da appendere in cornice, ho speso una considerevole cifra tra contributo unificato, eventuali costi di perizie tecniche e parcella di avvocato. Ma non riuscirò a recuperare un centesimo.

Il sistema, quindi, in un certo senso “premia” chi non teme la giustizia civile, perché patrimonialmente irresponsabile: questi ha tutto l’interesse a partecipare alla lotteria di un giudizio. Se la sentenza gli darà torto e lo condannerà alle spese, pazienza: nessuno potrà prendergli nulla. Se, al contrario, egli risulterà vincitore otterrà dalla controparte capiente tutte le soddisfazioni.

Mi venivano in mente queste considerazioni, leggendo dichiarazioni dei ministri verso la vicenda Illva e concessioni Autostrade: minaccia di fare cause e di affidare la soluzione ad una sentenza dove, sempre e solamente, rimarrà soccombente lo Stato, anche se, per avventura (ma non lo credo probabile) verso il 2030-2032 una sentenza definitiva dovesse dargli ragione.

Perché lo Stato, teniamolo ben presente, sopporterà le spese e, se soccombente dovrà pagare i danni al privato, nell’ordine di una trentina di miliardi di Euro, come subito conteggiati dalla concessionaria autostradale, per nulla intimorita dalla prospettiva di un giudizio.

Ma Stato che, se vincente, avrà forse un danno comunque maggiore, derivando da una sentenza di condanna delle parti private, il disfacimento di imprese di grande rilevanza, che danno tanta occupazione e per le quali lo Stato stesso ha previsto, per il caso di loro crisi, un suo diretto intervento: costosissimo (si pensi alla ventennale vicenda Alitalia) e che storicamente molto di rado ha sortito un esito positivo.

Lo Stato, quindi, che già per effetto del disastro della giustizia penale ha il record di risarcimenti derivanti dalla ingiusta detenzione, rischia di conquistare anche il record nel settore civilistico.

Ma non preoccupiamoci. A fronte dei miliardi di queste spese, ci sono i risparmi sui vitalizi dei parlamentari (salvo che anche in quel caso non si arrivi ad una sentenza che dichiari illegittima la riduzione e condanni lo Stato agli arretrati, al risarcimento e alle spese).

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