lunedì, 16 Dicembre, 2019
Ambiente

Rifiuti, inquinamento e affari

L’Italia nella morsa delle “Lobby Invisibili”.
Montagne di spazzatura, inquinamento e affari. L’italia nella morsa di emergenze, Ecomafie ed Ecoballe. Milioni di tonnellate di spazzatura che viaggiano dal sud al nord Italia. E dall’Italia verso, nord ed est Europa, e l’Africa.
Un giro d’affari di centinaia di milioni di euro di cui oltre 80 per il solo trasporto dell’immondizia da un sito all’altro.
Parliamo di rifiuti che diventano Ecoballe, pattume compresso, frutto di milioni di tonnellate di spazzatura accumulata da una emergenza all’altra, lasciata “mummificare” per anni in aree di stoccaggio, la cui gestione in alcuni casi è dubbia, se non fuori controllo. Montagne di rifiuti, spazzatura di ogni genere compressa, imballata e avvolta dalla plastica.
Un rettangolo di rifiuti che diventa Cdr (Combustibile da rifiuto) o Eco-fuel, pronto per alimentare le fauci insaziabili di cementifici e inquinate aria e zone ormai contaminate. Oppure se non bruciate le balle di spazzatura sono tombate sotto terra.
I danni all’ambiente con i giri folli dell’immondizia- da un sito all’altro da una regione all’altra, da un porto e una stazione all’altra – , generano altro inquinamento, un aggravio di costi, una vertigine di sperperi e danni ambientali che sono l’emblema negativo dei ritardi dell’Italia – giudicata colpevole e sanzionata dall’Europa – che non riesce a imporre in particolare al sud impianti e nuove tecnologie di smaltimento .
Calcoli certi di quanta immondizia ogni anno viene portata fuori dall’Italia su treni, camion e navi, non ci sono, ma un dato, il più recente parla di 86 milioni di tonnellate.
Uno dei punti di snodo sono le ferrovie e soprattutto i porti, tra questi il più attivo nel traffico di spazzatura in uscita dall’Italia è lo scalo marittimo di Ortona dove partono navi dirette nei paesi dell’Est in particolare in Bulgaria dove le eco balle sono gettate nei forni dei cementifici.
A sottolineare la pericolosa incongruità di questo giro sciagurato di rifiuti, della loro gestione e utilizzo, sono in tanti dai semplici cittadini, alle associazioni ambientaliste, da Papa Francesco, alle Commissioni d’inchiesta sui danni ambientali ed ecomafie.
Stefano Ciafani, presidente di Legambiente ricorda, inoltre, come traffici e rotte di destinazione cambiano repentinamente destinazione. “Con una differenza sostanziale rispetto al passato”, osserva, “una volta l’approdo era il Nord Europa, in Paesi dove i controlli erano ferrei.
Oggi la direzione dell’Europa centro-orientale è assai meno rassicurante: i materiali possono infatti finire in discariche di dubbia qualità, aumentando i rischi ambientali per i territori che li ospitano».
Il nodo italiano è anche nelle cosiddette: “Lobby invisibili” che confidano nelle mille pastoie burocratiche che frenano o bloccano progetti, che innescano rinvii e, a loro volta, le decine di emergenze.
A mettere in evidenza problemi e iniziative è il rapporto dell’Istituto Superiore per la
Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) che denuncia come: “la scarsa dotazione impiantistica fa sì che in molti contesti territoriali si assista ad un trasferimento dei rifiuti raccolti o sottoposti a trattamento biologico in altre regioni o all’estero”, si legge nel rapporto Ispra, “dove la capacità di trattamento risulta superiore ai fabbisogni”. In Italia si passa così da una crisi all’altra: Napoli, Catania. Roma, per elencare solo le ultime emergenze. Il caso della Capitale è emblematico.
Ogni giorno dalla Città Eterna escono 170 camion diretti verso le regioni settentrionali, per smaltire i rifiuti che restano bloccati nei cassonetti, un via vai che genera altro inquinamento “perché”, osserva Legambiente, “mancano gli impianti per trattare il materiale organico in questa metropoli e perché la lobby di chi dice no a tutto, a partire dal biogas, è più forte di qualsiasi ragionamento politico”.
In tutto il marasma emergono anche buone pratiche e buone notizie, a dimostrazione che cambiare è possibile, come la raccolta differenziata messa a punto da alcune regioni del Centro Nord, con Treviso (87,9%) Mantova (86,4%) e Pordenone (82,3%). Si tratta di quote addirittura superiori a quelle già ottimali fissate per legge al 65%. “Esempi positivi riguardano anche Sardegna e Campania, eccezion fatta per Napoli”, osserva Legambiente, “i problemi ci sono a Roma, in Calabria, in Sicilia”.
Zone dove non c’è solo l’assenza di infrastrutture di smaltimento ad hoc, ma anche la mancanza di decreti attuativi e autorizzazioni regionali. “La burocrazia”, sottolineano gli ambientalisti, “è il primo ostacolo all’economia circolare e fa il gioco di tante lobby invisibili”. A rimetterci in questa catena perversa sono i cittadini, quelli che pagano bollette salate, quelli che vivono vicino alle aree inquinate e rischiano la salute, quelli che lottano per una Italia più pulita e onesta.

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