domenica, 31 Maggio, 2020
Politica

Uomo di strada o uomo di social? L’Italia crescerà solo aumentando l’offerta reale

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Durante il primo governo Conte gli uomini di strada non si sono preoccupati più di tanto dei problemi economici che stavano avanzando, e che ora sono emersi in tutta la loro gravità.

Fino a qualche anno fa l’uomo della strada aveva riverenza per il politici e intuendo le competenze le riconosceva, a destra, a sinistra o al centro, senza approfondire troppo. L’uomo social di oggi, invece, non ha più alcun rispetto e riverenza verso nessuno e si sfoga senza freni su ogni argomento. Quanta competenza abbia l’uomo social, per dire con tanta veemenza quello scrive, non lo sappiamo. L’uomo social ha anche cambiato il modo di fare le riunioni di massa. Oggi le riunioni di massa sono riunioni “virtuali”, anche se avvengono in piazza. Non si riuniscono, le masse, per un valore comune condiviso nel tempo e pensato, si riuniscono in nome di uno slogan social.

Anche sulla crescita della nazione siamo di fronte a due posizioni: una che punta sulla domanda e quindi distribuisce redditi di cittadinanza e approva quota 100 per le pensioni (solo per dirne due) e un’altra che punta (e a dire il vero in pochi) invece sull’offerta. Puntare sull’offerta significa rilanciare fortemente Ricerca e Sviluppo, programmare investimenti e riformare il sistema fiscale.

“La Discussione” … resta incardinata tra l’uomo della strada e l’uomo social. Tra chi vorrebbe riconoscere competenze a chi dimostra di averne e chi invece, ritenendosi egli stesso competente, riempie i social di suoi pensieri. E la tragedia vera è che molti politici seguono più i social che le strade. Essi stessi sono in bilico tra la strada e il social.

Il un’Italia dove sono 37 milioni le persone che non lavorano e 23 milioni quelle che lavorano, non possiamo puntare sulla domanda, perché per quanto si possa distribuire reddito di cittadinanza, il flusso della domanda sarà sempre troppo scarso per far risalire occupazione e ridistribuire ricchezza. 

Le vicende dell’ex ILVA e Alitalia hanno riportato il dibattito su uno Stato che può/deve intervenire per il salvataggio delle grandi imprese, oppure che deve lasciare ancora al mercato e ai privati il compito di creare ricchezza.  

Lo Stato, a nostro avviso, deve intervenire sostanzialmente per creare nuova e maggiore offerta. Per fare maggiore offerta occorre occupare nuovi lavoratori e saranno essi stessi a creare domanda di beni di consumo. Il viaggio della ricchezza può passare solo sulla strada della “creazione di valore”. È un’illusione piuttosto ingenua che lo Stato possa distribuire ricchezza utilizzando valore che “altri” hanno prodotto e che altri disoccupati, che non conoscono i mari profondi dell’economia, divenendo “navigator” possano creare lavoro. Dove possono trovare lavoro se le imprese chiudono per mancanza di liquidità, per rottamazioni di cartelle e per fiscalità insostenibile. 

L’Italia è fatta di piccole e micro imprese che non investono nelle borse internazionali; è una circostanza che ci caratterizza per qualche verso negativamente ma per qualche altro verso positivamente. Occorre poco alla micro impresa per sopravvivere e ricreare un percorso virtuoso: meno tasse. Alle grandi imprese, per ora, deve pensare lo Stato. Ma presto.

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