giovedì, 2 Aprile, 2020
Sanità

Infermieri, emergenza in corsia. Servono due miliardi per nuove assunzioni

La metà ha superato i 50 anni, buona parte sono sulla soglia dei sessanta, solo il 13% si trova tra i 30-40 anni. Nel 2020 negli ospedali mancheranno all’appello 20 mila infermieri, nel 2021 il vuoto salirà a 63 mila unità. Tutto si può dire tranne che la crisi degli infermieri in corsia non sia documentata e annunciata. Il prossimo primo gennaio 2020 inoltre prenderà il via, “L’Anno internazionale dell’infermiere e dell’ostetrica”, che segnerà il rilancio delle professioni e in Italia una serie di iniziative per riproporre nella agenda del Governo l’urgenza della carenza di infermieri.

Un allarme ribadito dalle associazioni di categoria sindacali, lo confermano i report delle Agenzie sanitarie, è materia di forti preoccupazioni, tra l’altro secondo la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi) nei primi mesi del 2020, (per effetto delle scelte del 2019) si annuncia il maxi esodo per i pensionamenti di “quota 100”, allora la carenza infermieristica rischia di subire una impennata, da circa 53mila vuoti di organico a oltre 90mila. Unica nota di fiducia per una inversione di rotta sono le attese degli infermieri per i “secondi cento giorni” del ministro della sanità, Roberto Speranza, “Ora”, scrive la presidente della Fnopi, Barbara Mangiacavalli, “i 450mila infermieri presenti in Italia, si aspettano nei ‘secondi cento giorni’ una sempre maggiore attenzione diretta alla loro professione. Oms, Ocse, Università e istituti di ricerca nazionali e internazionali hanno detto a chiare lettere che senza infermieri non c’è sanità e non c’è assistenza e dicendo che il nostro paese ha più medici della media dei paesi Ocse, ma un numero troppo basso di infermieri, sotto la media accettabile, e che nel rapporto con gli altri professionisti della salute siamo agli ultimi posti tra i paesi Ocse, affermano chiaramente qual è una delle necessità primarie per assistere i cittadini”. Naturalmente è una battaglia non solo di numeri ma di fondi, per il ministero della Salute può bastare un miliardo di euro per mettere in organico forze nuove, per le Regioni invece la cifra è insufficiente, servono tre miliardi per “definire contratti degni di questo nome al personale di miliardi ne servono almeno altri due: tre in tutto”.

La Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi), rappresenta gli oltre 440mila infermieri presenti in Italia, di cui circa 270mila alle dipendenze del Servizio sanitario nazionale.

“Abbiamo il dovere”, scrive la federazione in un lungo e accorato appello, “di sottolineare l’acuirsi di una crisi nella gestione dell’organizzazione e dell’assistenza sanitaria che avrà ripercussioni non solo sulla vita lavorativa dei professionisti, ma soprattutto sulla salute dei pazienti. Per quanto riguarda gli infermieri infatti, se per ognuno ci fossero non più di sei pazienti, la mortalità si abbatterebbe del 20%. Oggi la media è di 11 pazienti per infermiere a fronte della carenza di circa 53mila unità. Domani questa situazione potrebbe quasi raddoppiare e con lei i rischi che ne derivano”.

“Una buona notizia per i colleghi”, sottolinea la Federazione, “che ormai stanchi e a forte rischio inidoneità continuano a garantire l’assistenza, ma un disastro se non si garantisce il ricambio generazionale”.

Se il trend non s’inverte, nel 2021 la professione – tra blocchi del turnover, pensionamenti ed eventuali, ulteriori, tagli alla spesa sanitaria – esprimerà una carenza di almeno 63mila infermieri, considerando un aumento del 3% di cronici e non autosufficienti.

“Il Paese”, osserva Barbara Mangiacavalli, “ha bisogno di infermieri e di infermieristica. Eppure il Servizio sanitario nazionale vede un costante decremento del numero di professionisti in sanità e di conseguenza una sempre minore capacità di rispondere ai bisogni di salute della popolazione”. Sullo sfondo, c’è l’ormai quotidiano confronto con i medici: gli infermieri, sempre più competenti – tanto che oggi l’85% delle aziende nel privato e l’84% nel pubblico investe in ruoli dirigenziali per il nursing – chiedono una revisione complessiva dei compiti che sono loro assegnati, alla luce di uno skill-mix decisamente modificato già nei fatti. Dalla loro parte, hanno i cittadini: un’indagine realizzata da Cittadinanzattiva in collaborazione con la Fnopi rivela che gli utenti apprezzano e stimano i nurse, ma vorrebbero che ce ne fossero di più, che fossero impiegati anche come infermieri di famiglia, analogamente a quanto avviene per i medici, e che potessero esser loro più vicini, liberati dai carichi burocratici quotidiani che intralciano il lavoro.

Diversa la posizione dei medici: se si dicono disposti a un “patto professionale” con gli infermieri, respingono però ogni ipotesi di equiparazione.

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