giovedì, 22 Ottobre, 2020
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In ricordo di don Luigi Sturzo

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Continuazione del precedente articolo (In ricordo di don Luigi Sturzo – parte VIII)

Il primo governo repubblicano fu quello che De Gasperi costituì dopo le elezioni a suffragio universale dell’aprile 1948.

Il voto fu preceduto da un’accesa campagna elettorale durante la quale De Gasperi fece ben comprendere agli elettori che dalla loro scelta non sarebbe soltanto dipesa la costituzione di una coalizione governativa, ma anche, e soprattutto, una scelta tra sistema democratico o comunismo, tra libertà o regime di polizia, tra Europa o URSS, tra un futuro pieno di speranze o un salto nel buio. Gli Italiani, che compresero benissimo i termini della questione e gli effetti del loro voto, memori anche di ciò che il governo Parri avrebbe voluto fare, votarono per la libertà, dando alla Democrazia Cristiana addirittura una maggioranza assoluta.

Il fatto che nel febbraio Luigi Gedda, presidente dell’Azione Cattolica, avesse intanto istituito i Comitati civici e che questi, avvalendosi delle strutture parrocchiali e diocesane, fossero riusciti a sviluppare un apparato propagandistico assai efficace di natura anticomunista e di supporto alla Democrazia Cristiana, non basta a spiegare quel successo elettorale che va ricondotto invece a una molteplicità di motivazioni che sono quelle concrete, evidenziate dalla campagna elettorale, e quelle di natura ideale e psicologica che ognuno può intendere.

Quando pertanto De Gasperi inaugurò il suo primo governo repubblicano, la situazione del Paese era gravissima: gran parte del territorio del Centro-Nord aveva patito massicci bombardamenti aerei o era stata teatro di accese battaglie, sicché ponti, stazioni ferroviarie, strade ferrate o carrozzabili apparivano rovinate e non più utilizzabili; in ogni città erano visibili le macerie di migliaia di edifici civili e militari; interi paesi erano stati quasi rasi al suolo e in essi regnavano abbandono e squallore. Non diversamente nella campagna non poche aziende erano state incendiate e depredate, i campi apparivano abbandonati e non infrequentemente impraticabili per le mine disseminativi o le bombe inesplose, le colture distrutte. A questo disastro delle cose si aggiungeva la tristissima situazione di milioni di persone ridotte in povertà. Molte fabbriche erano state risparmiate, ma il sistema economico doveva essere riconvertito da una produzione prevalentemente bellica ad una produzione di pace.

Altrettanto grave era anche il problema dell’ordine pubblico, sia per il permanere di bande armate, sia a causa della delinquenza organizzata. In particolare in Sicilia la mafia, alla quale gli Americani avevano fatto ricorso per garantirsi una non resistenza militare dopo lo sbarco sull’isola, aveva occupato posti di potere con la benevolenza degli stessi alleati. La disoccupazione, la miseria, la fame avevano poi indotto non pochi a dedicarsi ad attività illecite. Varata la Repubblica, occorreva quindi riorganizzare tutta l’amministrazione dello Stato adeguandola alla nuova Costituzione; ricostituiti tutti i partiti, riabituarli alla competizione democratica; ma era soprattutto urgente ridare fiducia ad un popolo che appariva prostrato ed esausto dalla lunga guerra e dai molti lutti, e ancora di più, riconciliare gli Italiani tra loro. A livello internazionale infine era necessario fare in modo che l’Italia non subisse manomissioni gravi del suo territorio, non venisse ghettizzata e potesse reinserirsi nel contesto delle potenze europee.

Lo statista trentino si trovò dunque di fronte ad una somma di problemi veramente difficili e non vi sono dubbi che solo la sua grande lungimiranza, la sua saggezza e le sue capacità riuscirono a far sì che in pochi anni il nostro Paese si risollevasse completamente dal disastro e riconquistasse un ruolo politico di primo piano in Europa e nel mondo. Nel periodo 1948-’53 pertanto avvennero quelle oculate scelte che determinarono il futuro sociale ed economico del Paese.

Il prosieguo nel prossimo numero…

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