sabato, 26 Settembre, 2020
Società

In ricordo di don Luigi Sturzo

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…Continuazione del precedente articolo (In ricordo di don Luigi Sturzo – parte VI)

Se non che il Partito Popolare subì poi la sorte di tutti gli altri quando Mussolini nel 1926 decretò lo scioglimento di tutti partiti così che non si ebbe più una attività politica dei cattolici fatta eccezione forse per il movimento cosiddetto neo-guelfo. Gli ex popolari furono costretti all’esilio, mantenendosi tuttavia in contatto tra di loro. E mentre Meda e De Gasperi, maggiori esponente del popolarismo, svolsero all’estero un’attività pubblicistica Malvestiti e Malavasi svolsero al di fuori della tradizione del partito popolare una significativa attività clandestina specialmente in Lombardia. Contemporaneamente avanzava tra i cattolici un esistenzialismo attivistico che ignorava il passato e la via battuta dal movimento cattolico dalla fine dell’Ottocento al fascismo e che sostituiva alla tematica popolare sulla libertà della persona e contro l’accentramento statalistico, l’ansia di un giustizialismo populista. L’opposizione al fascismo, per altro con capacità anche organizzativa, fu rappresentata prevalentemente dalla F.U.C.I. e dal Movimento Laureati Cattolici, ma finalmente, dopo la caduta del fascismo, i cattolici poterono riunirsi di nuovo in un partito che assunse la denominazione di Democrazia Cristiana.

In merito De Rosa scrive: “Assumendo quel nome il partito cattolico non intendeva tornare ai tempi e ai principi della prima democrazia cristiana di Romolo Murri. In realtà, l’adozione del vecchio termine di democrazia cristiana apparve essere soluzione di compromesso tattico… compromesso che avveniva tra il vecchio gruppo popolare che aveva assunto la direzione del partito e dei giovani che si erano formati nelle organizzazioni cattoliche. La tradizione del popolarismo sturziano appariva ai “giovani” compromessa unitamente con la tradizione del vecchio liberalismo prefascista e giolittiano: di quel passato tutto è rifiutato… perciò si cercava il legame con un nome non sospetto, con un nome con un passato che esprimessero inoltre più da vicino la loro vocazione di apostolato politico a favore delle masse popolari.

Il gruppo popolare costituito da De Gasperi, Piccioni, Cingolani, Gronchi, Grandi, Rapelli, Spataro, Scelba, Campilli ed altri, ponendosi alla direzione del partito attenuava di molto l’impressione che la ricostituzione del partito cattolico nel nome della democrazia cristiana potesse significare riesumazione di vecchi programmi centralistici”.

Sin dai primi atti del programma annunciato nelle Idee ricostruttive, il partito si presentava in piena linea laica ponendo sulla distinzione del piano politico da quello religioso, rivendicando autonomia dalla gerarchia ecclesiastica. De Gasperi con lo pseudonimo di Demofilo  ne Il Popolo aveva scritto “ci proponiamo di dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare”.

“La direzione del partito cattolico affidato ad Alcide de Gasperi, scrive ancora De Rosa,  significò la ripresa attiva della corrente politica per i cattolici che non aveva mai preteso di avere sul terreno delle attrazioni politiche la rappresentanza ufficialmente delegata di tutti i cattolici”.

Corre qui ora l’obbligo di ricordare qualcosa di questo grande protagonista della storia d’Italia.

Alcide De Gasperi era nato a Pieve Tesino, in provincia di Trento, nel 1881, quando quel territorio era ancora sottoposto all’Austria. Conseguita una laurea il Lettere presso l’Università di Vienna, egli si appassionò presto alla vita politica, si iscrisse così all’Unione politica popolare, di ispirazione cattolica, e divenne nel 1906 direttore de Il Trentino, ergendosi a difensore dell’identità culturale italiana della Regione.

Nel 1911 fu eletto deputato del Parlamento austriaco, prendendo poi posizione per una autonomia trentina nei confronti dell’Austria. Dopo la prima guerra mondiale pertanto, coerentemente con le sue idee, favorì l’annessione del Trentino all’Italia. Divenuto quindi nel ’21 deputato del Partito Popolare Italiano, con l’avvento del fascismo si dimostrò ad esso ostile tanto che, dopo la marcia su Roma, avendo sostituito don Luigi Sturzo alla direzione del suo Partito, subì un processo ed una condanna per attività antifascista.

Scontata in carcere questa condanna, si impiegò presso la Biblioteca Vaticana, ma non per questo cessò la sua attività politica. Alla fine del 1942 fu infatti tra i fondatori a Milano, in casa di Enrico Falck, della Democrazia Cristiana assieme a Piero Malvestiti, Stefano Jacini, Achille Grandi, Giovanni Gronchi, partito che egli poi rappresentò nei Comitati di Liberazione Nazionale e al quale subito aderirono Amintore Fanfani, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira ed altri ancora. Quel partito idealmente si ricollegava al disperso Partito popolare, e De Gasperi ne teorizzò l’essenza politica nelle sue “Idee ricostruttive della democrazia cristiana”, divenendone nel ‘44 Segretario nazionale e guida indiscussa

 Il prosieguo nel prossimo numero…

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