domenica, 25 Luglio, 2021
Società

In ricordo di don Luigi Sturzo

…Continuazione del precedente articolo (In ricordo di don Luigi Sturzo – parte II)

L’appello porta la data del 18 gennaio 1919, ma ad esso si arrivò dopo un lavoro preparatorio durato alcuni mesi al quale diede l’avvio il sacerdote di Caltagirone che dalla sua città si era trasferito a Roma. Egli dunque nel novembre del 1918 invitò esponenti del mondo cattolico ad un incontro al fine di gettare le basi per la costituzione di un nuovo partito politico nel quale far confluire i cattolici italiani a cominciare da quelli già presenti nel Parlamento. La riunione ebbe luogo il 16 e i1 17 dicembre e nella circostanza i presenti elessero una Commissione Esecutiva alla quale fu assegnato il compito di concludere il lavoro preparatorio volto ad armonizzare le varie proposte giunte da tutta l’Italia.

Fu così che la sera del 18 gennaio 1919 in una sala dell’Hotel Santa Chiara, a due passi da Palazzo Madama sede del Senato, furono consegnati alla stampa l’Appello e il Programma del nuovo Partito Popolare Italiano.

La cosa fu possibile anche in virtù del nuovo corso della politica vaticana inaugurato da papa Benedetto XV, al secolo Giacomo Della Chiesa, salito al soglio pontificio nel 1914. Egli riformò gli statuti dell’Azione Cattolica e lasciò liberi i cattolici democratici di riprendere il progetto di un partito cattolico bloccato da Pio X.

La Chiesa, infatti, dopo la scomparsa dello Stato Pontificio, s’era mossa in diversi modi.

Pio IX, messo di fronte all’offerta contenuta nella cosiddetta “legge delle guarentigie, la rifiutò subito e, alla domanda se fosse opportuno per i cattolici partecipare alle elezioni politiche del ‘74, fece rispondere dalla Congregazione degli Affari Ecclesiastici con un non èxpedit (non conviene), da taluni poi inteso come un implicito divieto per i cattolici italiani a partecipare alla vita politica.

Nello stesso anno fu fondata però l’Opera dei Congressi e dei Comitati cattolici. Essa fu un fenomeno quasi esclusivamente settentrionale e prevalentemente veneto. Nelle intenzioni dei suoi teorici avrebbe dovuto essere una acies ordinata, una sorta di milizia speciale, agli ordini del Papa e svincolata dalla soggezione ai vescovi. L’Opera fu particolarmente vicina al mondo contadino fino al punto di arrivare a contrapporre la vita agreste a quella urbana.

In verità, già dal 1868, per volontà di Giovanni Acquaderni e di Mario Fani, era stata costituita una Società della Gioventù Cattolica che intendeva perseguire intenti pedagogici e formativi sul piano religioso. Furono così, nelle diverse realtà politica dell’Italia centro-settentrionale, fondati diversi circoli giovanili che svolgevano la loro attività ottenendo una certa attenzione, tanto che dopo alcuni anni nacque l’esigenza, sostenuta da Giambattista Paganuzzi, di convocare un congresso nazionale, allo scopo di dare ai circoli indirizzi omogenei e struttura organizzativa definita. Dal successo di quel primo congresso, nacque appunto l’Opera dei Congressi che durò trent’anni, sino cioè al 1904, quando fu ufficialmente sciolta da papa Pio X.

Questa organizzazione assunse subito anche una valenza politica e si qualificò come “intransigente”. Questo termine, usato in senso etimologico, stava a significare la volontà politica di “non transigere” con lo Stato liberale nato dopo Porta Pia. Così l’Opera dei Congressi si contrappose a tutti quei cattolici che invece si mostravano disponibili ad una collaborazione con il Governo nazionale. I cattolici intransigenti pertanto consideravano il Regno d’Italia come un usurpatore dello Stato Pontificio, negatore dei diritti sovrani del Papa, nemico del Cattolicesimo. Essi perciò erano contrari a partecipare alle elezioni politiche, implicando un fatto del genere un riconoscimento della sovranità dello Stato italiano ed una accettazione della fine del potere temporale della Chiesa. Essa oltre a svolgere un ruolo sociale, che si realizzava attraverso la costituzione di associazioni per scopi caritativi e di culto, ne svolse anche uno economico, attraverso la creazione di cooperative, cantine sociali e casse rurali.

Il prosieguo nel prossimo numero

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