giovedì, 2 Aprile, 2020
Il Cittadino

Aspromonte e Calabrexit

Del tutto incredibilmente, per una volta, la mia amatissima terra natia, la Calabria, si pone al centro dell’attenzione culturale nazionale.

Lo fa, naturalmente, a modo suo e con le sue contraddizioni: e senza pubblicizzarlo (forse per un suo innato e malinteso pudore o per la mancanza di autoironia: tutto in Calabria è grave).

Sono usciti in contemporanea – entrambi giovedì 21 novembre – due film ambientati in Calabria, sulla Calabria e che offrono due diverse letture della Calabria.

Il primo è “Aspromonte-La terra degli ultimi”, un film drammatico di Mimmo Calopresti, tratto dall’intenso romanzo di Pietro Criaco, “Via dall’Aspromonte”.

Film che il regista ha definito «western atipico sulla fine di un mondo e sul sogno di cambiare il corso degli eventi grazie alla voglia di riscatto di un popolo».

Si parla della storia della gente di Africo, un antico borgo nel cuore dell’Aspromonte, distrutto dalle alluvioni del 1951 (epoca di ambientazione del film) e del 1953, e “trasportato” (col nome di Africo Nuovo) alla marina, nei pressi di Capo Bruzzano, l’antico Capo Zefirio, dove approdarono qualche millennio addietro gli antichi coloni greci, fondatori di Locri Epizefiri. Si racconta, nel film, della scossa data alla gente di Africo – umanissima e colta, al di là del livello di istruzione – dall’arrivo, “per scelta”, non per destino burocratico, di una giovane maestra proveniente dalla sconosciuta è lontanissima Lombardia.

E subito la mente va al mirabile “Africo” di Corrado Stajano (Einaudi, 1979; nel 2015 riproposto da Il Saggiatore), che narra della sorpresa di quella gente d’Aspromonte, strappata dalla montagna e portata alla spiaggia, ma che dopo venticinque anni non aveva neanche una barca.

Ma anche all’incipit del sanluchese Corrado Alvaro. “Sanluchese” (o “santulucotu” in dialetto, forse con un senso un po’ di dileggio) che nell’incipit del classico “Gente in Aspromonte” ci porta con poche righe, che sono pennellate indelebili della realtà, alla gravità dell’essere calabrese: «Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante.»

Di tutt’altro genere l’altro film, giocoso e satirico, certamente più popolare e lanciatissimo dai media. 

Ci riferiamo alla terza pellicola di Antonio Albanese, interprete mirabile dell’On. Cetto La Qualunque, che questa volta propone il distacco della Calabria dall’Italia – la Calabrexit, appunto -, sé stesso come sovrano, abolendo repubblica e democrazia, sostituendo i deputati con i vassalli, e regolando tutto con la “piattaforma Pileau”: «la minchiata giusta al momento giusto» (la regia del film è, come per i precedenti, di Giulio Manfredonia).

Film diversi, ma non contrastanti: perché la contraddizione è propria della mia terra.

Dove la bellezza fuori dal comune dei luoghi non ha impedito la deviazione della ‘ndrangheta.

Dove la cultura che ha origini e radici antichissime e che ha tradizioni radicate, è rimasta confinata al singolo senza riuscire a trasformarsi in una cultura sociale e collettiva, praticamente inesistente o che devia, per l’appunto, nella cialtroneria politica.

La Calabria dove è uno slogan «io resto in Calabria», al quale i calabresi, è solo i calabresi, devono dare un contenuto concreto.

Innanzitutto chiarendo a sé stessi il mistero per cui un giovane che passeggia svogliatamente e senza stimoli per il corso del suo paese, se lo sposti dalla sua (mia) terra diventa, in breve, un campione del lavoro che svolge.

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