sabato, 14 Dicembre, 2019
Ambiente Editoriale

Polveri sottili, 45 mila morti da inquinamento. Italia prima in Ue, bimbi i più a rischio

Non solo Ilva, non solo le morti da Amianto, non solo “terra dei fuochi”, è l’Italia ad essere malata di inquinamento. Di troppe emergenze che si susseguono e che non fanno nemmeno più notizia se non per i poveri malcapitati che si ammalano. Ieri l’ennesima tegola perché da una approfondita ricerca
“The Lancet, Countdown on Health and Climate Change”, che ha coinvolto almeno 35 enti tra università e istituzioni come l’OMS e 120 ricercatori in tutto il mondo, è emerso che l’Italia è prima in Europa e undicesima nel mondo per morti premature da esposizione alle ‘polveri sottili PM2.5’. Solo nel 2016 sono state ben 45.600, con una perdita economica di oltre 20 milioni di euro, la peggiore in Europa. Da dove deriva l’allarme e cosa sono le “particelle”, note come polveri sottili, particolato o “PM”? Nella valutazione degli esperti sono una miscela complessa di particelle estremamente piccole e goccioline liquide.

“L’inquinamento da particolato è costituito da un numero di componenti, tra cui gli acidi come i nitrati e solfati”, spiegano gli ecologisti che seguono la composizione e le variazioni di particelle nell’aria, “prodotti chimici organici, metalli, e particelle di suolo o di polvere.

La dimensione delle particelle è direttamente legata alla loro capacità di causare problemi di salute. L’Epa (l’Agenzia per l’ambiente americana), e l’Agenzia europea si sono dette preoccupate per le particelle che hanno 10 micrometri di diametro (PM10) o sono ancora più piccole. Il motivo della preoccupazione”, fanno presente i ricercatori che insistono per ridurre inquinamento ed emissioni, “è dovuto al fatto che queste sono talmente piccole da essere in grado di passare attraverso il naso e la gola e penetrare nei polmoni. Una volta inalate, queste particelle possono influenzare il cuore e i polmoni e causare seri effetti sulla salute”.

A lavorare al progetto “The Lancet, Countdown on Health and Climate Change”, c’è anche una ricercatrice italiana Marina Romanello della University College di Londra, estrapolato da un’analisi pubblicata sulla rivista The Lancet sull’impatto dei cambiamenti climatici sulla salute, condotta da 35 università. Romanello è tra gli autori del report che ha coinvolto almeno enti tra università e istituzioni come l’Organizzazione mondiale della sanità.

“Il particolato PM2.5 è di piccolo diametro”, si spiega nel rapporto, “ed è composto da tutte quelle particelle solide e liquide disperse nell’atmosfera: essendo di piccole dimensioni può penetrare fin negli alveoli polmonari e potenzialmente passare nel sangue”.

Gli esperti hanno stimato per l’Europa 281 mila morti premature per esposizione alle PM2.5. In pericolo è soprattutto la salute dei bambini e dei neonati che do o i più esposti perché hanno sistemi immunitario e respiratorio ancora non del tutto sviluppati, con impatto a lungo termine.

In pericolo non è solo la salute umana ma quella dell’intero eco sistema. Uno degli effetti più evidenti è una riduzione della visibilità. Le particelle fini, in particolare di PM2,5, sono la principale causa di ridotta visibilità nebbia in molte aree industrializzate, ma anche nei parchi nazionali e nelle riserve naturali. Le particelle possono essere trasportate su lunghe distanze dal vento e poi stabilirsi sul suolo o nell’acqua.

Gli effetti sono l’aumento dell’acidità dell’acqua; la modifica dell’equilibrio dei nutrienti nelle acque costiere e dei bacini idrografici di grandi dimensioni, riduzione dei nutrienti nel suolo, danneggiamento delle foreste e colture agricole sensibili. “L’inquinamento da polveri sottili”, spiegano i ricercatori del gruppo ‘Ecologia’, “può macchiare le pietre e danneggiare anche altri materiali, compresi gli oggetti culturalmente importanti come statue e monumenti.

Il particolato può ostruire le aperture degli stomi delle piante e interferisce con le funzioni di fotosintesi. In questo modo le particelle ad alta concentrazione nell’atmosfera possono portare all’arresto della crescita o alla morte di alcune specie vegetali. Gli effetti sul clima possono essere estremamente catastrofici. Ancora una conseguenza evidente è l’incremento delle precipitazioni”.

A cercare di porre un argine ai danni è l’Organizzazione Mondiale della Sanità che ha abbassato i livelli di concentrazione massima consigliata nelle città da 20 a 10 microgrammi per metro cubo per PM10 e PM2,5, mentre l’Europa ha fissato i limiti a 20 microgrammi come media annuale ed un valore massimo di 50 microgrammi giornaliero per non più di 7 giorni all’anno.

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