domenica, 3 Marzo, 2024
Economia

Aziende italiane in Russia, il 70% vuole restare

Lo studio di Livolsi & Partner. 8 miliardi di euro l'export delle nostre 480 imprese

La guerra  in Ucraina ha determinato una diminuzione dell’export tra Italia e Russia di circa il 30% nel primo trimestre 2022 rispetto al 2021 con una perdita di quasi due miliardi di euro. Tuttavia, delle circa 480 imprese italiane che svolgono attività in Russia, il 69% non abbandona il Paese, continuando a esercitare il proprio lavoro, prendendo tempo, rinviando investimenti, ma seguitando a fare affari oppure ridimensionando i collocamenti e riducendo al minimo le operazioni commerciali. Sono i dati presentati dallo studio internazionale su 1.000 aziende della Livolsi & Partners, rappresentante esclusivo in Italia della Zona economica speciale (ZES) di Stupino, vicino a Mosca, e in Cina dell’Associazione degli industriali della regione di Zhejiang e del Parco Industriale sino-italiano di Deqing.

Il volume di affari generato dall’export delle aziende italiane in suolo russo si aggira sui circa otto miliardi di euro. Sono presenti con impianti produttivi stabili: Todini Costruzioni, Barilla, Pirelli, Marcegaglia, Leonardo, Tecnimont, Coeclerici, Costa Crociere, Enel, Eni, Danieli, Parmalat, Mapei, Menarini, Salini, Perfetti, Angelini, Alfasigma, Chiesi, Kedrion, Italfarmaco, Recordati, Zambon, Dompé. Tra le PMI, sono censite circa 150 imprese di produzione, sul posto con cooperazioni produttive o attraverso joint venture, e circa 300 imprese del settore commerciale con uffici di rappresentanza.

Gli scenari possibili

Alberto Conforti, managing director Livolsi & Partners

“Le relazioni – afferma Alberto Conforti, managing director e responsabile del “Dipartimento internazionalizzazione” della Livolsi & Partners – di partnership produttive e commerciali tra le imprese italiane con quelle locali, le istituzioni e la Federazione russa si mantengono improntate al reciproco riconoscimento di capacità di fare business di qualità. In merito agli scenari possibili, le grandi imprese che già producono in Russia, avranno un accesso facilitato al mercato quali parte del cluster di aziende russe fornitrice di prodotti, ma potrebbero avere problemi a fare rientrare in Italia i propri profitti. Le medie e piccole imprese, presenti con joint venture con partner russi, e con produzione in parte in Italia e completamento in Russia, risentiranno del costo del traporti per la parte realizzata Italia, e in prospettiva commerciale i profitti si ridurranno a causa della svalutazione del rublo. In difficoltà le medio e piccole imprese eminentemente commerciali, penalizzate dai prezzi della logistica e della svalutazione del rublo”.

Per chi cessa le attività serve procedura approvata dal Governo

“Per le imprese residenti – continua Conforti – che decidono di continuare l’attività in Russia o proseguiranno le attività con l’obbligo di utilizzare unicamente il rublo come valuta (e l’impossibilità di convertire i rubli per il rientro dei profitti) o manterranno il fatturato o subiranno un leggero calo dello stesso. Per quelle che decidono di sospendere le attività, e che avranno l’obbligo della salvaguardia dell’occupazione con gli oneri accessori previsti, ci sarà una riduzione sensibile del fatturato e dei prodotti.  Per le imprese residenti che lasciano il Paese, è attualmente in discussione la procedura di “nazionalizzazione”, non ancora approvata dal Governo, che presume la cessione degli asset e della forza lavoro a una società russa che abbia “contiguità” produttiva con l’impresa straniera, attraverso l’attivazione di una procedura definita “bancarotta intenzionale”, che include sanzioni amministrative e penali verso gli azionisti e i manager con posizioni di responsabilità”.

L’export delle PMI a rischio

“Si può stimare – sostiene Ubaldo Livolsi, fondatore della Livolsi & Partners – una forte riduzione dell’export, soprattutto da parte di quelle Pmi che non hanno una presenza strutturata in Russia e hanno privilegiato il “trading in settore tipici del made in Italy” rispetto alla localizzazione commerciale/produttiva. La riduzione dell’export deriva dall’aumento dei prezzi delle importazioni per la Russia, dai costi dei trasporti, dalla svalutazione del rublo e dalla difficoltà di avere garanzie bancarie a supporto dei contratti (lettere di credito). L’impatto coinvolgerà anche le filiere associate alle imprese esportatrici che soffriranno di un calo dei contratti, mentre le aziende che hanno un fatturato verso la Russia significativo avranno problemi a riposizionarsi in tempi rapidi”.

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