martedì, 29 Novembre, 2022
Il Fisco e la Legge

Un fisco feudale colpisce i giovani

Assurdità della tassazione

Il confronto politico sulla riforma fiscale sembra ormai alle battute finali, anche se l’asprezza del confronto e i toni scomposti assunti in una delle ultime riunioni in Commissione finanze alla Camera attestano le difficoltà di trovare una sintesi condivisibile dalle variopinte forze che sostengono la maggioranza. Da un lato, avanza l’ipotesi di rafforzare ulteriormente l’impostazione duale del nostro sistema fiscale, con il rientro di alcuni regimi forfettari nell’ambito dell’IRPEF e del suo prelievo a scaglioni e l’unificazione o l’accorpamento per classi dei prelievi “flat” sulle rendite finanziarie e immobiliari. Dall’altro, le forze di destra e centro-destra si oppongono alla revisione del catasto, vista come il prologo di un incremento della tassazione patrimoniale, e al superamento dei forfait sulle partite iva, che è quanto di più simile alla flat tax siano riuscite a ottenere negli ultimi anni.

Non so chi prevarrà alla fine e quale compromesso uscirà dal prossimo confronto che i partiti avranno con il Primo ministro. Tenendo a mente quel che diceva Bismarck delle leggi, paragonandole alle salsicce e suggerendo di non domandarsi troppo come si arrivasse a certi compromessi – è meglio non essere ottimisti, anche se il Primo ministro ha dalla sua parte la forza dell’emergenza internazionale, che sconsiglierebbe gesti clamorosi di qualche partito di maggioranza. Certo è che il sistema fiscale attuale è pieno di buchi. Non tratterò qui il tema dell’incapacità a riscuotere, che ha generato il mostro di 1.110 miliardi di euro di magazzino pressoché irrecuperabili e simbolo perverso di una iniquità intollerabile. Né la questione della giustizia tributaria, che ha problemi da un lato qualitativi, nei giudizi di merito, e dall’altro quantitativi, in Cassazione, dove l’attesa tra il ricorso e la decisione arriva a 5 o 6 anni.

Mettiamoci oggi nei panni di un giovane, spiantato ma di talento. Escludiamo per amor di patria l’opzione espatrio, che è benefica quando temporanea, ma disastrosa, per lo Stato che su quel giovane ha investito, quando definitiva, come molte volte purtroppo diventa. Gli occhiali del nostro giovane di belle speranze vedranno un Paese che al di fuori dei forfait di cui sopra a parità di reddito imponibile, poniamo 50.000 euro, chiede a lui di versare 14.400 euro e al rentier tassato al 12,5% (titoli di Stato) solo 6.250 euro. A quello più speculativo che investe in fondi e azioni 13.000 euro. Va bene, va aggiunta l’imposta di bollo e qualcosa se lo prende(rà) l’inflazione, ma vogliamo contare anche la fatica di produrre il reddito da lavoro, gli anni di investimento nella formazione, la sua temporaneità, perché prima o poi anche il nostro giovanotto invecchierà o si ammalerà e guadagnerà meno, così come, d’altro canto, la sicurezza intrinseca di poter contare, in caso di crisi, su un patrimonio che quella rendita l’ha prodotta? Ed è vero, me ne rendo conto, che gli immobili siano già colpiti dall’IMU e che questa, unita al prelievo cedolare, talvolta mandi in negativo la redditività; certamente bisogna metter mano a questi eccessi. Ma, al netto di questi correttivi, la domanda fondamentale verte su quali siano gli obiettivi che vogliamo dare al nostro sistema fiscale, oltre evidentemente a quello di recuperare risorse.

Oggi come oggi potremmo scorgere somiglianze con un sistema di tassazione feudale, che a parte i proclami costituzionali di redistributivo non ha poi molto. L’Iva colpisce i consumi e per quanto i beni di lusso siano tassati al 22% e altri di prima necessità soltanto al 4%, mantiene un’impostazione tendenzialmente regressiva, o comunque non certo redistributiva. Le imposte sulle rendite sono più vantaggiose che in altri Paesi e se si può capire l’interesse pubblico a favorire l’investimento dei risparmi italiani nei titoli di Stato, un’aliquota al 12,5% è obiettivamente “aggressiva”. Così, almeno, si definirebbe, pur in altri contesti, un’aliquota di tassazione inferiore al 15% applicata in qualche (altro) paradiso fiscale. Non parliamo nemmeno dell’imposta sulle successioni e donazioni, che è quasi inesistente: aziende miliardarie passano di padre in figlio, o di madre in figlia, senza pagare nulla, ma proprio nulla. Anche le partecipazioni non di controllo, che l’imposta di successione la scontano, pagano sul valore di patrimonio netto, che può essere una frazione del valore reale. E va bene non mettere a repentaglio la continuità aziendale in una fase critica della governance, sed est modus in rebus. Gli immobili sono colpiti in base al valore catastale, che proprio nei contesti più ricchi presenta valori anacronistici e difficilmente superiori alle franchigie di esenzione. I titoli di Stato sono esclusi dal prelievo successorio, e così pure i capitali investiti in polizze assicurative. Consideriamo poi l’aliquota al 4, o massimo massimo 8%: visto così, sembra davvero un sistema fiscale più adatto alla trasmissione feudale della ricchezza che alla sua creazione. Non arriviamo a Piketty, ma chissà se il nostro giovanotto ha mai sentito il grande Bartali: l’è tutto sbagliato… l’è tutto da rifare!

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