martedì, 9 Agosto, 2022
Società

Le trasformazioni della Francia e il ruolo della Chiesa. Il cattolicesimo sociale francese interprete del disagio

Nella seconda metà dell’Ottocento la società francese è stata sconvolta profondamente dalla brusca crescita delle città industriali. Masse di persone sono state separate brutalmente dalle campagne e sono state messe al servizio della produzione industriale, raggruppate nelle periferie. È un fenomeno ben presente alla Chiesa cattolica di Francia rimasta al servizio della grande massa di persone dimenticate dall’ebbrezza della “Belle Epoque”.

La crisi anticlericale sorta agli inizi del Novecento ha poi inasprito i toni ed i contrasti. Mentre Leone XIII aveva incoraggiato l’adesione dei cattolici alla Repubblica e la separazione della Chiesa dallo Stato, l’espulsione delle Congregazioni religiose e la confisca dei beni ecclesiastici sono state sentite da molti credenti come aggressioni, ridestando la loro diffidenza verso i governi e le istituzioni politiche. Questo clima di ostilità durerà fino alla Grande Guerra, riacutizzando le divisioni e le lacerazioni del passato.

In quegli anni la Chiesa francese inizia un lavoro nella società a sostegno delle categorie più deboli e fragili sostituendosi talvolta alla amministrazioni pubbliche, dovendosi difendere in molti casi da una manifesta ostilità. Ostilità alimentata in strati anticlericali, soprattutto nelle grandi città, che si traducevano spesso in aperta denigrazione.

Ricordava il cardinale Feltin, arcivescovo di Parigi: “Ai miei tempi ( prima della separazione ), quando eravamo giovani seminaristi e attraversavamo Saint-Sulpice con la tonaca e il cappello, i passanti ci salutavano imitando il verso dei corvi. A volte i monelli ci tiravano delle pietre”.

“Il paradosso che occorre valutare bene”, noterà in tempi recenti il cardinale Lustiger, arcivescovo di Parigi,“ è che, in seguito a tali rivolgimenti, nel XX secolo la Francia ha avuto un clero al servizio delle comunità cristiane in un universo ateo; esso perlopiù proviene da regioni in cui la maggior parte della popolazione è ancora praticante, da strati sociali e famiglie che, senza temere di prendere le distanze rispetto al resto della società, hanno mantenuto una viva consapevolezza delle esigenze spirituali della fede”.

In un clima di lotta anticlericale e di sospetto si è dunque aperto un abisso fra l’universo cattolico e l’universo estraneo alla Chiesa, segnato dall’ateismo o dal razionalismo.

In questi anni (tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento) alcuni “Grandi convertiti” sono stati testimoni della forza spirituale che animava il mondo cattolico francese. Léon Bloy, Jacques Maritain ma anche Charles Péguy, Paul Claudel ed altri sono stati segnati da un’esperienza atea o non cristiana prima di arrivare alla fede, contrariamente alla cultura positivista che dominava la riflessione dell’epoca e negava il religioso e la trascendenza divina. Ed è singolare che queste figure siano state riconosciute dal popolo tradizionalmente cattolico che era presente nelle iniziative caritatevoli, non solo nelle periferie delle città (pensiamo a un Federico Ozanam), ma le cui motivazioni sfuggivano alle élites che, ora, attraverso famosi scrittori, filosofi, si accorgevano di in fervore apostolico e sociale.

La necessità di affrontare le grandi trasformazioni industriali e strutturali della società francese avevano infatti spinto i cattolici nel Novecento a un lungo impegno verso la marginalità. (2-contnua)

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