giovedì, 26 Maggio, 2022
Attualità

Una sola Macroregione nel futuro del Sud 

Superare localismi e campanilismi e razionalizzare risorse economiche e sociali

Nel dicembre 1992, la Fondazione Agnelli dedicò al Mezzogiorno un convegno, già allora di grande attualità, sulla riduzione del numero delle Regioni. Un “dimagrimento” che andava programmato sulla base di criteri economici e geopolitici e non più su quelli puramente amministrativi o geografici. E la proposta che ne scaturì fu questa: Le Regioni italiane andavano ridotte da venti a dodici. L’obiettivo era quello di assicurarne l’autosufficienza finanziaria per renderle idonee a elaborare progetti di sviluppo per grandi aree territoriali. Successivamente, soprattutto nella pubblicistica, si andò oltre. Non più dodici, ma cinque Macroregioni: Il Nord-Ovest, il Nord-est, il Centro, Il Sud e le Isole. Un nuovo assetto federale che avrebbe fatto felice Carlo Cattaneo, il patriota,  scrittore e politico, esponente del pensiero repubblicano federalista. E quali furono le conclusioni di quel convegno?

Le piccole Regioni sempre più in difficoltà 

Si scoprì che le piccole regioni erano quelle che facevano registrare il maggior deficit tra entrate e spese.  Le stesse che avevano difficoltà a mettere in moto economie di scala nella produzione dei servizi pubblici. In poche parole, la Fondazione Agnelli, già quarant’anni fa, centrò il cuore del problema. Per le Regioni che si trovano sotto una certa soglia demografica, è molto difficile raggiungere una reale autonomia finanziaria. Purtroppo il nostro regionalismo, soprattutto al Sud,  si è ben presto burocratizzato e, con il passare del tempo, è venuto a galla un grosso equivoco. E cioè che la democrazia si rafforza solo delegando il potere a chi viene eletto dal popolo. Non è esattamente così. Il fattore cruciale, a mio parere, risiede non tanto in chi esercita il potere ma soprattutto nel “come” viene esercitato. Con la pandemia ancora in corso e con tutte le carenze mostrate dalle burocrazie regionali, dovremmo convenire su un punto.

Al Sud serve una sola Macroregione. E non solo per sfoltire burocrazia e ceto politico locale, quanto soprattutto per i grandi benefici economici e sociali che ne deriverebbero per i piccoli centri e per le sue le aree interne. Un “Nuovo Mezzogiorno” dove poter vivere e ragionare non più con le riserve mentali delle “appartenenze”, delle “sensibilità” o delle “specificità” territoriali, ma in forme sempre più compatibili con un mondo interconnesso e globalizzato .

Un regionalismo che non funziona 

Storici, intellettuali e osservatori tra i più acuti e lungimiranti, come Galli della Loggia, Aldo Schiavone e Isaia Sales sono sempre più concordi nel sostenere che il Mezzogiorno è il posto in cui si gioca il futuro del nostro Paese. E per fortuna, su questo fronte, arrivano anche delle buone notizie. Il 9 giugno scorso, infatti, è  “nata” la prima Macroregione, quella del Centro-Italia, che intende ottimizzare, almeno in questa prima fase, le spese del Recovery. Cinque Regioni, Abruzzo, Lazio, Marche, Toscana e Umbria che decidono di mettersi insieme e di presentare al governo un pacchetto ragionato di progetti comuni, per un’area che vale oltre 400 miliardi di Pil,  che dispone di ben 1.477.000 imprese, che rappresenta il 20% dell’export e che conta oltre 13 milioni di abitanti. Se questo percorso fosse avviato anche al Sud, sarebbe un ottimo segnale per tutti. Per attuare il Pnrr non serviranno solo i fondi europei. Il vero banco di prova saranno le 48 riforme che l’Italia si è impegnata a realizzare. E anche se la revisione del regionalismo non è compresa nell’elenco, quella delle Macroregioni, in prospettiva, dovrà essere la madre di tutte le battaglie. Noi italiani dobbiamo decidere se continuare con le “Repubblichette” o con nuovi soggetti istituzionali più rappresentativi e autorevoli. Per accrescere il nostro peso in Europa ma anche per far valere la nostra presenza in quel grande spazio geopolitico che è stato e continuerà ad essere il Mar Mediterraneo.

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