domenica, 15 Dicembre, 2019
Società

Immigrazione: usiamo il cervello

Centinaia di milioni di persone provenienti da Paesi poveri e da luoghi di guerre e dittature  premono alle porte del mondo libero e sviluppato.

Il problema investe tutto il mondo ed è avvertito  principalmente  dagli Stati Uniti, dall’Australia e dall’intera Europa. Ma è nel Vecchio Continente che esso è diventato un nervo scoperto che rischia di mandare in fibrillazione le democrazie costruite dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale e la fine del comunismo sovietico.

L’immigrazione irregolare e l’ondata di profughi non costituiscono  il problema principale che ha l’Europa, malata di  debole sviluppo e fragile integrazione. Ma, anche per effetto della propaganda di leader cinici che fanno leva sulle paure dei cittadini amplificandole, esso è percepito come “Il” problema. Va dunque maneggiato con cura.

L’Italia, immersa nel Mediterraneo, più della Spagna e della Grecia, è ovviamente il fronte più esposto. Negli anni scorsi ha prevalso una politica che ha sottovalutato la materia e la sua percezione presso l’opinione pubblica. Ora prevale un’impostazione che esaspera il problema, lo strumentalizza ma è lungi dal risolverlo.

La scelta non è tra un’impostazione “buonista” e una “ cattivista”, tra chi dice “accogliamoli tutti” e chi li lascerebbe morire in mare o marcire nelle prigioni libiche. La soluzione va cercata a vari livelli.

L’Europa deve accettare l’idea che oltre ai confini dei singoli Paesi esiste un “confine unico europeo” e che chiunque lo valichi non entra in questo o quel Paese, ma entra in Europa. È un’impostazione che fa a pugni con l’idea dei sovranisti e richiede una maggiore integrazione europea, non un’esplosione dei nazionalismi.

Se esiste un unico confine europeo il regolamento di Dublino va radicalmente rivisto: il Paese di approdo dei migranti irregolari e dei profughi deve farsi carico solo della prima accoglienza. Poi  i migranti devono essere equamente redistribuiti tra tutti i Paesi europei.

La prima distinzione da fare è tra chi fugge da guerre e dittature e ha diritto d’asilo (rifugiati) e chi fugge dalla povertà e cerca lavoro ( migranti economici).

L’ipersensibilità dell’Europa verso questi temi è dimostrata dai dati delle Nazioni Unite da cui risulta che la Germania è l’unico Paese europeo nella classifica mondiale di chi ospita più rifugiati.

I dati sulla Turchia sono elevati perché l’Europa dà 6 miliardi di euro all’anno ad Erdogan per tenere i rifugiati fuori dall’Unione Europea.

La distribuzione in Europa dei  rifugiati dimostra che l’Italia è agli ultimi posti in relazione alla popolazione.

L’immigrazione dei rifugiati in Italia è un problema irresponsabilmente amplificato. Ma va comunque affrontato.

Questa materia dovrebbe essere di competenza delle Nazioni Unite che dovrebbero imporre ai Paesi membri di stanziare più risorse da destinare   alle attività dell’UNHCR, l’agenzia specializzata. A questa agenzia dovrebbero essere affidati i compiti di gestire, Paese per Paese, i rifugiati, concordando con ogni Stato le attività da svolgere, ma senza gravare sulle finanze dei singoli Paesi.

Passiamo ora ai migranti economici.

Il benessere e l’invecchiamento della popolazione nei Paesi più sviluppati hanno creato l’esigenza di avere  lavoratori giovani che  vogliano svolgere compiti rifiutati dai cittadini di questi Paesi benestanti. Quindi, le democrazie ricche hanno bisogno di manodopera e possono offrire molto lavoro a tanti migranti economici oltre che ai rifugiati che siano nelle condizioni di poter lavorare.

Ma questi flussi vanno regolati. “Aiutiamoli a casa loro” è uno slogan suggestivo ma non risolve il problema se non nell’arco di qualche decennio: quante centinaia di milioni di posti di lavoro dovremmo aiutare a creare in Africa per far lavorare in patria coloro che bussano alle porte dell’Europa? Cominciamo a farlo, ma i risultati-se mai ci saranno- li vedranno i nipoti dei nostri figli. Nel presente cosa fare? Ecco alcuni punti di una politica per l’immigrazione

1) Rafforzare la lotta contro gli scafisti.

Oggi questi trafficanti di esseri umani, se catturati, vengono condannati quasi sempre per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Se la cavano al massimo con una decina d’anni ma spesso vengono scarcerati. Agli scafisti andrebbe invece contestato anche il reato  di tratta di esseri umani (art.601 cp) e soprattutto applicata la legislazione per la lotta alla mafia , prevedendo per i condannati il regime del 41-bis. Forse così avremmo qualche pentito che aiuterebbe a colpire la rete di questi spietati trafficanti di persone.

2) Corresponsabilizzare in questa lotta le ONG.

Non andrebbero criminalizzate se operano con correttezza. Le uniche organizzazioni umanitarie autorizzate ad entrare nei porti dovrebbero essere quelle che si impegnano a collaborare con le autorità dei Paesi Europei nella lotta contro gli scafisti, ospitando a bordo forze di polizia e fornendo dati utili all’identificazione tempestiva dei trafficanti di persone.

3) Costruire centri di accoglienza fuori dall’Europa.

In alcuni Paesi, in particolare del Mediterraneo, si dovrebbero costruire a spese dell’Unione Europea centri gestiti dall’Europa con criteri umanitari e di civiltà , che servano ad accogliere quelli che hanno intenzione di venire in Europa, prevedendo la loro identificazione, l’orientamento a  corsi di formazione finalizzati a creare le professionalità richieste dai Paesi europei. In questo modo, ogni anno ciascun Paese dell’Unione potrebbe fissare le proprie esigenze di manodopera  e trovare in questi centri i lavoratori adeguati alle proprie necessità che verrebbero  così portati nei diversi Paesi con aerei e navi e non su gommoni. Lo stesso discorso vale per le associazioni umanitarie: coloro che volessero aiutare direttamente i migranti potrebbero farlo sia  nei centri di accoglienza fuori Europa sia ospitando queste persone nelle proprie strutture nei Paesi dove tali associazioni svolgono le loro attività. I centri di accoglienza fuori Europa darebbero lavoro a molte persone nei vari Paesi dove sarebbero costruiti e genererebbero ricchezza per quelle popolazioni. All’Europa tutto questo costerebbe molto meno di quello che spende oggi per operazioni di pattugliamento dei mari, di salvataggio, di espulsione e  di assistenza nei Paesi europei.

4) Disincentivare chi vuole emigrare clandestinamente.

I centri di accoglienza fuori Europa dovrebbero essere l’unico modo per poter emigrare. Tutti coloro che volessero continuare a farlo clandestinamente verrebbero riportati nei Paesi di provenienza e per loro scatterebbe il divieto di poter entrare in Europa per i prossimi 20 anni.

5) Integrare i migranti.

Tutti i migranti, sia rifugiati che in cerca di lavoro, dovrebbero imparare la lingua del Paese di arrivo, conoscerne la cultura, impegnarsi a rispettarne le leggi ed essere coinvolti in attività sociali. Comportamenti violenti e reati particolarmente gravi comporterebbero non solo la perdita del lavoro ma anche il rinvio nei Paesi di provenienza.

6) Cosa fare degli irregolari già presenti?

È questo oggi il problema più delicato. In Italia si parla di circa mezzo milione di migranti irregolari. Si dovrebbe procedere necessariamente ad una loro identificazione attraverso una sanatoria, fissando una data entro la quale tutti coloro che si trovano in Italia senza permesso alcuno dovrebbero, registrarsi  e seguire un percorso di integrazione ( conoscenza della lingua, della cultura, integrazione in attività sociali, preparazione ad essere occupati secondo le esigenze delle imprese e degli enti locali). Tutti coloro che rifiutano di farsi registrare dovrebbero ricercati ed espulsi.

Ciò che va evitato è lasciare migranti e rifugiati , regolari o irregolari che siano, senza lavoro, senza integrazione sociale, a spasso per le strade, prede preferite della criminalità in cerca di manodopera a buon mercato. Lo Stato deve sollecitare la collaborazione delle  associazioni del terzo settore che vogliono partecipare a questa opera di recupero sociale e di integrazione senza secondi fini .

7) Evitare ghetti e zone a sovranità limitata.

Nelle nostre città la presenza di immigrati provenienti anche da culture e religioni diverse andrebbe regolata in maniera da evitare  che queste persone vivano in ghetti emarginati o che si concentrino in aree dove sono la maggioranza o la quasi totalità col rischio di creare zone franche dove gli italiani diventano una minoranza.

Sonio questi solo alcuni punti di una politica complessa per l’immigrazione che non può essere demandata solo a singoli Paesi ma richiede una strategia comunque europea. Altro che i muri o il filo spinato di Orban.

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