venerdì, 4 Dicembre, 2020
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L’inizio e la fine. Ci sono due immagini in questa storia che rendono il senso di una traiettoria che, a voler pensare male, potrebbe facilmente estendersi a quel tessuto industriale che seppe portare l’Italia fuori dalle risacche della seconda guerra mondiale e ci tiene ancora a galla. La prima è quella di una luce accesa la domenica sera, su al secondo piano degli uffici della sede principale dell’azienda dove un imprenditore e un giovane manager di talento, che lui considerava come un figlio raccontano, ragionavano su come far crescere l’impresa, come e quando portarla all’estero dando così scala a un progetto che sarebbe diventato una “multinazionale tascabile”. La seconda è quella di un black out, il malore di una manager venuta dall’estero che, probabilmente, la pressione di quell’acquisizione non riuscì a reggere. E andò via. Il bianco e nero di Indesit Company divenuta poi Whirlpool EMEA potrebbe leggersi in una luce che si spegne, riflessa nella enorme questione sociale che l’azienda si trascina dietro da tempo, forse troppo. 

LE CRISI AZIENDALI E LA QUESTIONE SOCIALE

Il film muto delle proteste di queste ore dei lavoratori dello stabilimento di Napoli, promosso come fiore all’occhiello aziendale, scorre via veloce tra i ping pong di palazzo, questi molto rumorosi invece, il cui scopo (onestà intellettuale vorrebbe) è non perdere consenso. Voti. E in un Paese come l’Italia dove la politica sembra essere rimasto l’ultimo ascensore sociale, la cosa rischia di suonare sinistra perché domande chiave come chi lavora, chi produce ricchezza resterebbero inevase.

L’altra faccia della medaglia, invece, è rappresentata dalle dinamiche aziendali. Purtroppo, un’azienda non è un diamante. Ovvero non è e non può essere per sempre, citando l’adagio di un vecchio spot pubblicitario entrato nell’immaginario collettivo. Per esempio, Jeff Bezos di Amazon ne stima la durata in 30 anni circa, anche se poi esistono le eccezioni che confermano la regola. Per questo, le persone che ci lavorano dovrebbero saperlo dal minuto uno in cui vi mettono piede, probabilmente bisognerebbe scriverlo nei contratti di lavoro. Sottoscritto e controfirmato. Infatti, quando va molto bene il posto di lavoro è si a tempo indeterminato, ma fino a prova contraria. Anche questo è un esercizio di onestà intellettuale necessario per prepararsi in tempo per quando le cose potrebbero non girare nel verso giusto. Leggi formazione continua, aggiornamento delle capacità professionali, per non parlare dell’attivazione di assicurazioni speciali sulla perdita del posto di lavoro e via dicendo. 

I FALLIMENTI DI MERCATO E L’ATTENZIONE AI DIPENDENTI

Il punto è che i mercati sono fatti perché possano fallire: è proprio da questa imperfezione che nascono nuove idee, nuovi progetti, nuove imprese, nuovo lavoro, nuova ricchezza. Certo, con altrettanta onestà intellettuale bisognerebbe dire che una cosa sono le dinamiche di mercato e un’altra le attenzioni dovute al lavoratore da parte del datore di lavoro. Ce lo insegna la crisi mondiale del 2008 e il dibattito sulla redistribuzione reddito. Ovvero le disuguaglianze. Per esempio, se il prodotto interno lordo di una nazione leader come gli Stati Uniti è triplicato nell’ultimo trentennio, la produttività è cresciuta di circa il 60% ma i salari non sono di fatto cresciuti, c’è un problema. C’è un problema se un amministratore delegato americano, per restare in tema, guadagna in media circa 230 volte in più di un impiegato. 

Per questo, riporta un recente editoriale sulla bibbia del capitalismo mondiale, il Financial Times, all’acronimo ESG che sta per ambiente (Environment), sostenibilità (Sustainability) e Governance, bisognerebbe aggiungere in testa un’altra E, quella relativa alla forza lavoro (Employees). In pratica, l’edtorialista suggerisce agli investirori privati di premiare chi guarda nel lungo periodo penalizzando le altre aziende. 

PARTECIPARE ALL’INNOVAZIONE, LA CHIAVE

Allo stesso tempo però, va generato nuovo business perché bisogna rispondere ai nuovi bisogni dei consumatori, non fosse altro perché spesso sono proprio le grandi aziende a beneficiare delle nuove invenzioni non avendo le startup le dimensioni necessarie per competere. Per questo benvenute sono le iniziative come SPIN (Scaleup Program Invitalia Network), il programma promosso dal Ministero dello Sviluppo Economico, nell’ambito del PON Imprese e competitività 2014-2020, e gestito da Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa di proprietà del Ministero dell’Economia, in partnership con ELITE, società di formazione del gruppo London Stock Exchange, con l’obiettivo di “consolidare e far crescere il tessuto imprenditoriale del Mezzogiorno”, spiega l’Amministratore Delegato di Invitalia, Domenico Arcuri, favorendo l’incontro fra le piccole aziende innovative del Mezzogiorno con le medie e grandi imprese nazionali e internazionali. Napoli sarà proprio una delle città interessate dal progetto.

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