martedì, 19 Ottobre, 2021
Ambiente

“Vestirsi” di verde non sia solo una moda

Nell’industria tessile la quantità di fibre sintetiche utilizzate per la produzione corrisponde ancora a due terzi circa (69%), ed è destinata a raggiungere quasi i tre quarti entro il 2030. Un dato nettamente in controtendenza rispetto agli obiettivi di Sviluppo sostenibile indicati dall’Onu.

Sotto accusa, in particolar modo, il modello fast fashion, che non solo fa largo ricorso a fibre sintetiche ma per la bassa qualità dei capi richiede anche un ricambio più immediato (i prodotti a basso costo vengono spesso scartati dopo appena sette o otto utilizzi, finendo in discariche, inceneritori o gettati nella natura). A ciò si aggiunge l’abitudine a rinnovare frequentemente il guardaroba: i consumatori europei gettano ogni anno circa 5,8 milioni di tonnellate di prodotti tessili, di cui quasi i due terzi sono in fibre sintetiche (dati EEA). Si stima che meno dell’1% di tutti i tessili, a livello internazionale, venga riciclato, dando vita a nuovi materiali.

 

TESSILE, L’INDAGINE CHANGING MARKETS
Lo studio “Fossil fashion. The hidden reliance of fast fashion on fossil fuels”, condotto dalla Changing Markets Foundation, mostra quanto la fast fashion dipenda dai combustibili fossili, per la lavorazione di materiali estremamente economici, come poliestere, nylon, acrilico ed elastan.

E con il report di giugno 2021, “Synthetics Anonymous: fashion brands’ addiction to fossil fuels”, la Fondazione ha portato a galla il reale grado di sensibilità dei marchi di moda e dei rivenditori rispetto all’uso di fibre sintetiche e alla trasparenza in merito.

L’indagine è stata condotta su 46 brand, e il risultato ottenuto non è poi così incoraggiante: la maggior parte di essi fatica a ridurre la propria dipendenza dalle fibre a base di combustibili fossili e circa il 59% delle affermazioni ecologiche relative ai prodotti valutati risultano essere prive di fondamento o fuorvianti. Tra le “tattiche di ritardo e distrazione” rientrano a pieno titolo il greenwashing e il downcycling.

Infatti, stando alle nuove linee guida della Competition Markets Authority (CMA) del Regno Unito sulle dichiarazioni ecologiche, lo studio evidenzia che del 39% dei prodotti accompagnati da un’affermazione di sostenibilità, un allarmante 59% viola le indicazioni sulle dichiarazioni ecologiche.

 

UE, STRATEGIA PER IL TESSILE SOSTENIBILE
La filiera tessile impatta in modo considerevole sull’ambiente: è responsabile di circa il 20% dell’inquinamento globale dell’acqua potabile a causa dei vari processi a cui i prodotti vanno incontro (Fonte EPRS 2019-2020), del 10% delle emissioni globali di carbonio (fonte AEA 2017; EPRS 2019). Senza considerare l’incremento del 40% della quantità di indumenti acquistati nell’UE per persona, dal 1996 a oggi.

Per questo motivo la Commissione europea è impegnata nella riorganizzazione del comparto tessile, basato su un’economia circolare e a emissioni zero.

Dalla definizione di una normativa di riferimento per l’end of waste per il settore tessile, al rafforzamento dei controlli rispetto alla normativa ambientale, l’Ue dovrà essere attiva su diversi fronti al fine di suggerire e favorire modelli di consumo e produzione eco-friendly, esigendo dalle aziende la dovuta diligenza in merito ai diritti umani e alle violazioni ambientali, e non da ultimo, sostenendo stili di vita più sostenibili.

Già a marzo 2020 la Commissione europea ha adottato un piano d’azione per l’economia circolare che comprende una strategia per la filiera tessile, attualmente in fase di adozione dopo la consultazione pubblica.

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