venerdì, 18 Ottobre 2019
Editoriale Società

Le lacune della Legge Codice Rosso

“Codice rosso è la solita risposta securitaria e repressiva che non aiuta a centrare l’obiettivo”. Nadia Somma è consigliera per l’Emilia Romagna dell’associazione “D.i.Re” che riunisce in un unico progetto più di 80 organizzazioni che affrontano il tema della violenza maschile sulle donne secondo l’ottica della differenza di genere.

Nadia Somma

Che idea vi siete fatte della legge “Codice rosso”?
“La legge in questione, voluta dal governo giallo – verde oggi non più in carica, è la solita risposta securitaria e repressiva che non aiuta a centrare l’obiettivo. Ma non è una novità, nel senso che anche negli anni precedenti è stata seguita sempre la stessa logica”.

In che senso?
“Nel senso che si cerca di cavalcare l’emotività popolare con una promessa di maggiore sicurezza che resta solo sulla carta, senza tener conto del fatto che la denuncia e la condanna penale non possono essere le uniche risposte per contrastare la violenza sulle donne”.

Quali sono i punti deboli della legge?
“Il problema è che, senza interventi dal punto di vista strutturale, non si contrasta efficacemente la violenza. L’azione penale è una delle tante azioni da fare ma non può essere né l’unica, né la principale. Codice Rosso tende a sanzionare un reato, ma non sempre può bloccare nell’immediatezza,  gli eventuali autori di violenze. E poi alcune previsioni lasciano il tempo che trovano…”.

A cosa si riferisce?
“Il fatto che entro tre giorni la donna che ha sporto denuncia debba essere sentita ha, di fatto, sovraccaricato le Procure, facendo in modo che non si possa valutare e separare le situazioni più gravi da quelle meno gravi. Ma c’è di più”.

Cioè?
“Non necessariamente, dopo l’approfondimento, si arriva all’arresto: perché ci sia una pena detentiva devono esserci i tre gradi di giudizio. È importante mettere in sicurezza la donna, allontanandola dalla casa in cui vive con il suo aguzzino per collocarla in una casa – rifugio”.

E questo basta?
“È importante che le donne non siano lasciate sole. Nei centri antiviolenza le donne trovano sostegno e aiuto e anche chiarezza su quello che sarà il percorso per uscire dalla violenza. Allontanarsi da casa è difficile, nessuno lascia il proprio mondo a cuor leggero. Inoltre le donne spesso non hanno una piena autonomia economica che va costruita perché è importante le donne spezzino tutti i legami che avevano con l’autore di maltrattamento. E nei centri antiviolenza ci sono molti progetti a sostegno dell’empowerment delle donne. 

In definitiva le misure più concrete per salvare le donne dalla violenza quali sono?
“Senza dubbio gli ordini di allontanamento del Tribunale sono importanti ma non bastano , si devono finanziare e sostenere adeguatamente i centri antiviolenza, perché mettano a disposizione non solo luoghi e posti letto ma si rendano protagonisti ponendo in essere interventi mirati a dare autonomia economica alle donne, oltre ad un percorso di aiuto psicologico per elaborare la violenza e all’assistenza legale per gestire alcune questioni, come l’affidamento dei figli”.

C’è un identikit del violento?
“No, in quanto abbiamo constatato che gli uomini violenti hanno storie e percorsi diversi e, dunque, è impossibile tracciare un profilo. Un dato, però, è certo. Non si tratta di malati di mente, come ha sostenuto il professore Claudio Mencacci, Presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia e Past President della Società Italiana di Psichiatria, secondo il quale nel 95 per cento dei casi ci troviamo di fronte a dei prevaricatori”.

Da dove nasce la violenza di genere?
“Da una cultura che costruisce l’identità di genere secondo un rapporto di dominio e subordinazione dove la donna è l’oggetto del desiderio ed alla quale non viene riconosciuta una pari libertà di autodeterminarsi e di scegliere. Purtroppo anche la stampa concorre ad alimentare questo clima. Basta vedere in che modo è stata raccontata la morte di Elisa. Come al solito è prevalsa la narrazione romanzata dell’uomo che ama molto e non sopporta il rifiuto, del gigante buono, dando delle soluzioni quasi assolutorie. Purtroppo, e fa male dirlo, di quello che della vita che voleva Elisa nessuno dice nulla…”.

Concretamente cosa possiamo fare per rendere più sicura la vita delle donne?
“Le donne saranno più sicure quando saranno più libere di scegliere se vivere o interrompere una relazione con un uomo, senza essere per questo colpevolizzate. Per secoli alle donne è stato chiesto di stare al loro posto e di occuparsi della cura dei figli e dei padri dei loro figli; è ora di staccarsi da questo ruolo obbligatorio…”.

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