lunedì, 23 Settembre 2019
Società

Femminicidi, coinvolgere anche gli uomini

“Ancora si legifera frettolosamente, pensando che la centralità sia punire, non prevenire. La violenza contro le donne non è un’emergenza. Emergenza è un evento improvviso, imprevisto e imprevedibile”. Sociologa e saggista, Graziella Priulla insegna all’Università di Catania nel Dipartimento di scienze politiche e sociali. Il suo punto di vista sulla gestione dei casi di violenza contro le donne, all’indomani dell’ennesimo, gravissimo, episodio è molto interessante.

Graziella Priulla

Perché, nonostante, la legge cd. Codice rosso, i casi di violenza sulle donne non accennano a diminuire?
“Ancora si legifera frettolosamente, pensando che la centralità sia punire, non prevenire. La violenza contro le donne non è un’emergenza. Emergenza è un evento improvviso, imprevisto e imprevedibile. Nessuno vuole contestare il Codice rosso, simbolo della massima urgenza: il problema è come gestirlo.  L’accumulo di casi e la loro indistinzione non porterà alla rapidità nella procedura, anzi. La rigidità dei tempi non tiene conto delle difficoltà delle donne che denunciano. Non c’è nessuna previsione di collegamento tra codice penale e codice civile: in presenza di violenza domestica viene ancora previsto l’affido condiviso dei minori. Il Codice è stato varato senza stanziamenti di fondi, senza poter incrementare il personale o fare corsi specifici di formazione, senza prevedere interventi educativi di base sui ruoli di genere e sugli stereotipi culturali. Al contrario, l’opposizione all’introduzione degli studi di genere nelle scuole si è fatta più feroce. Le case rifugio, ad esempio, sono vitali per salvare le donne in pericolo, ma le amministrazioni e lo Stato tagliano risorse a chi da sempre si occupa di salvare la vita delle donne, mentre le case rifugio rischiano di chiudere o sono state già chiuse per mancanza di fondi. Intanto le donne continuano a morire ammazzate. Il Consiglio d’Europa raccomanda un centro d’accoglienza ogni 50.000 abitanti: in Italia dovrebbero esserci dunque 5700 posti letto ma ce ne sono poco più di 500, contro i 1100 della Francia, i 7000 della Germania, i 4500 della Spagna e i 3890 dell’Inghilterra”.

È possibile tracciare un identikit del violento?
“Non sono storie lontane da noi. Non sono storie di pazzi o di mostri. Non vengono dall’altra parte del mare. Solo il 9% degli autori di femminicidio è sconosciuto alla vittima. Non c’è nessun identikit del violento. Non lo identificano caratteristiche di classe, di età, di condizione sociale, di livello di istruzione, di residenza, di etnia, di religione. I maltrattanti si comportano tutti in modo molto simile, tanto che il “ciclo della violenza” è stato indagato e ricostruito. Purtroppo non viene abbastanza divulgato e discusso. Se alle donne si fornissero le chiavi per decodificare i segnali, imboccare il tunnel che porta a diventare vittime sarebbe meno facile. Questa violenza è diversa da ogni altra: si colloca all’interno del rapporto di potere tra i sessi, un dominio del tutto particolare perché passa attraverso le vicende più intime, opera attraverso l’immaginario, i sentimenti, le emozioni, gli habitus mentali”.

In che senso?
“I segnali si colgono già nella prima adolescenza, in una sottocultura che addossa alla donna un concorso di colpa nella perdita dell’autocontrollo maschile, nell’abitudine (sostenuta dalla pubblicità) a vedere le donne come oggetti, in una concezione malata dell’amore. L’amore non arma le mani, non distrugge, non nega la vita; lo fanno il potere, il dominio e il possesso”.

Il femminicidio è solo un frutto avvelenato della cultura maschilista o dietro nasconde altre ragioni?
“Non è perché tutti gli uomini sono malvagi che alcuni di loro umiliano, picchiano o uccidono le loro compagne, ma perché la società nel corso dei secoli ha creato in loro la convinzione di essere i legittimi proprietari del corpo femminile, li ha resi incapaci di sopportare un no. Pur se la misoginia prende molte forme, il messaggio è che le donne esistono per soddisfare desideri altrui. È stato per secoli il centro della socializzazione di genere per le femmine. Questa convinzione, radicata nella “saggezza” popolare, negli stereotipi dominanti, nella letteratura, nei mass media, e per millenni anche nelle leggi, ha creato quello squilibrio di genere che è all’origine della violenza e che deve cambiare.  Chi lavora stabilmente sui casi di violenza spiega come sia indiscutibile che gli uomini che “condividono la subcultura della superiorità maschile” siano più inclini a diventare partner abusanti, così come è dimostrato dai fatti che le donne portate a concepire per sé un ruolo subalterno nella coppia/famiglia siano più inclini a subirla e a non denunciarla. L’85% degli uomini che agiscono violenza l’ha vista perpetrata dai propri padri o familiari. In 9 casi su 10, se si valuta il rischio correttamente, è possibile capire se ci sarà un’escalation della violenza. Ma l’allarme deve scattare prima, molto prima che accada l’irreparabile. I modi per dire basta ci sono, ma non è possibile la progettazione di servizi, la costruzione di campagne di sensibilizzazione, senza una riflessione critica e diffusa sui modelli dominanti di mascolinità. La barbarie si può combattere solo con azioni integrate tra tutti gli attori sociali”.

Quali azioni possiamo compiere nella vita di tutti i giorni per migliorare la sicurezza delle donne?
“Sono convinta che un cambiamento – nel senso di relazioni più umane tra uomini e donne – venga dalla cultura, dall’educazione, da una conoscenza di sé e dell’altra più consapevole della barbarie che può albergare dentro di noi. Ne può essere protagonista in primo luogo la scuola, fin dalla primaria, ma contribuiscono anche i mass media, così spesso artefici di una vittimizzazione secondaria delle donne, così spesso abituati a ricercare moventi fuorvianti come la disoccupazione, la depressione, o la gelosia. Un “amore criminale” è un ossimoro, un “omicidio passionale” è una giustificazione, un “raptus di follia” è una menzogna. Così si alimenta un immaginario tossico sui rapporti tra uomini e donne. Nei casi di stupro, quante volte sentiamo ancora la frase idiota e infame Se l’è cercata? Infine, sono d’accordo con Serena Dandini: “Comincio a stancarmi nel vedere le battaglie portate avanti sempre e solo da donne, come se fosse solo un problema nostro. Gli uomini, soprattutto quelli non violenti, devono farsi carico della loro parte di problema, perché a produrlo è il loro genere. Invece in tutto il mondo, nei servizi sociali, nell’avvocatura, nel volontariato, nei centri antiviolenza, trovi solo donne. Come se fosse un argomento di serie B”.

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