lunedì, 18 20 Novembre19
Società

No alla eutanasia

“Non siamo per l’eutanasia perché in ogni caso salvaguardiamo la vita”. Un atto di impegno e di affetto verso i malati terminali, verso una sofferenza sopportata da chi è colpito da una grave malattia, arriva dagli infermieri che rivendicano il loro ruolo di professionisti e assistenti di chi non riesce più ad avere una esistenza vivibile. Gli infermieri che sono accanto ai malati, prima delle leggi e delle riforme, sono a sostegno dei pazienti e della loro dignità, dicendo in primo luogo: “no alla eutanasia”.

In attesa che la Corte costituzionale si pronunci sul “Fine vita” c’è la conferma che gli infermieri saranno comunque dalla parte di chi soffre. A ribadirlo è stata la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi) che ha sottoscritto l’impegno verso il nuovo Codice deontologico, una decisione sancita da un documento in cui si ribadisce che gli infermieri, “sono i professionisti che dedicano più tempo accanto ai pazienti e alle famiglie nei diversi contesti di cura e questo offre loro l’opportunità di sapere e poter cogliere le tante sfumature degli innumerevoli problemi di salute che condizionano la vita di una persona e le sofferenze che possono generare”.

L’assistenza a un malato terminale è un tema complesso che chiama in causa non solo la medicina ma anche un sistema legislativo che finora si è mostrato incerto. Stretto tra chi sollecita l’eutanasia per pazienti che vogliono dire basta alle sofferenze di una non vita, e quanti ritengono comunque che la vita è sacra e da vivere fino a quando il Signore non voglia chiamare a sé una sua creatura.

Per gli infermieri c’è una certezza importante, che non riguarda le dispute legislative, ma la sofferenza di un paziente che ha necessità di una assistenza continua e di grande professionalità. Gli infermieri – quelli che avvertono il proprio lavoro come impegno professionale e come missione, ci tengono in modo particolare alla relazione con il paziente, “una relazione di continua vicinanza con la persona assistita, in modo specifico in tutte quelle situazioni in cui la stessa non è più in grado di soddisfare i propri bisogni autonomamente, non soltanto perché fisicamente fragile, ma spesso anche quando non è più in grado di attribuire a questi atti un senso e uno scopo esistenziale”.

Ecco quindi che in momenti di estrema sofferenza l’impegno e il ruolo professionale “degli infermieri può fare la differenza”. Lo Stato, del resto, attraverso il Servizio sanitario nazionale, si occupa dei malati terminali con un impegno che forse in Italia è davvero unico per sostegno economico e servizi sanitari offerti. Le leggi infatti garantiscono l’erogazione delle cure palliative domiciliari e l’assistenza sociosanitaria residenziale nell’ambito delle Reti destinate alle cure palliative.

“Lo scopo delle cure palliative”, si sottolinea nella presentazione delle direttive di legge, “è quello di sostenere e migliorare il più possibile la qualità di vita della persona e di fornire supporto alla sua famiglia, fornendo al paziente un’assistenza globale, con attenzione alle necessità mediche di base, medico-specialistiche, infermieristiche, riabilitative, psicologiche, ma anche agli aspetti emotivi psicologici e spirituali”.

La sofferenza è una condizione di disagio brutale, di una situazione di estrema delicatezza e complessità che “coinvolge l’esperienza della persona e anche della sua famiglia”, e non può essere risolta, scrivono gli infermieri nel documento di adesione al codice etico, “esclusivamente con i farmaci, che in ogni caso vanno garantiti e resi disponibili secondo le recenti e aggiornate evidenze scientifiche”. Un capitolo importante è come avviene l’assistenza di in malato: se assistito a casa o in un centro specializzato? Le possibilità sono, infatti, duplici e ognuna con servizi specifici.

“Le cure palliative a domicilio”, si spiega nella nota del Sistema sanitario nazionale, “sono erogate dall’unità di cure palliative domiciliari, che ne assicura il coordinamento e vede la collaborazione integrata tra i medici di medicina generale o i pediatri di libera scelta e l’equipe medico-infermieristica, composta prevalentemente, dal medico palliativista, dall’infermiere e dall’operatore socio-sanitario.
L’équipe garantisce l’erogazione delle prestazioni sulla base di protocolli formalizzati: prestazioni professionali di tipo medico, infermieristico, riabilitativo e psicologico, accertamenti diagnostici, fornitura di farmaci, dispositivi medici e preparati per nutrizione artificiale, aiuto infermieristico e assistenza tutelare professionale”. Ancora più complesse le cure realizzate in strutture pubbliche e private.

“L’erogazione delle cure palliative residenziali, presso strutture Hospice garantiscono il complesso integrato di accertamenti diagnostici, prestazioni mediche specialistiche, infermieristiche, riabilitative, psicologiche, l’assistenza farmaceutica, la somministrazione di preparati di nutrizione artificiale, le prestazioni sociali, tutelari e alberghiere e il sostegno spirituale”. In entrambi i casi, domiciliare o in strutture residenziali ci sarà sempre un infermiere ed è questo il punto di forza della categoria che chiede maggiori sostegni economici e un maggior riconoscimento professionale.

“Gli infermieri”, rimarcano, “possono fare la differenza: i loro atteggiamenti nei confronti della persona possono diventare ostacolanti o favorenti l’accettazione della situazione e possono permettergli di elaborare l’esperienza di dipendenza in modo positivo ed accettabile o in modo negativo e insopportabile”.

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