sabato, 16 Ottobre, 2021
Il Cittadino

Saman e il politicamente corretto

Il giovane fratello (minorenne) di Saman Abbas, la diciottenne pachistana che si è ribellata alla decisione della famiglia sul suo futuro, ha confermato davanti al Gip di Reggio Emilia che la sorella sarebbe stata uccisa.

La vicenda di Saman Abbas ha provocato una reazione scomposta e del tutto inadeguata, solamente “di pancia” e fortemente condizionata ideologicamente.

Tuttavia non da “prima pagina”: perché, a mio avviso (uso spesso tale locuzione per ricordare che io esprimo un mio pensiero, non un assioma), c’è stato un qualcosa nel nostro subconscio, un sentimento non espresso, che ci ha trattenuti, che ha impedito un’analisi reale: forse un senso di una questione a noi non del tutto sconosciuta.

La vicenda è stata vista in primo luogo sotto un profilo politico, dando luogo a due reazioni del tutto inappropriate.

Da destra, innanzitutto, come riprova della barbarie che deriverebbe dall’immigrazione e da un Islam che viene visto solamente come un nemico, impossibile da integrare e che vorrebbe anzi colonizzarci. Generalizzando così le posizioni più estreme e violente come derivanti, non da una male interpretata ortodossia, ma dalla essenza stessa della seconda religione per diffusione nel mondo: è islamista il 24,1% della popolazione mondiale; cristiana (non solo cattolica, quindi) il 31% (fonte “pew research”, 2019).

Da sinistra che – ormai imbambolata nel politically correct, come molto più autorevolmente e più scientificamente di me ha certificato Giuliana Sgrena su “Il Manifesto” del 17 giugno, registrando «un relativismo culturale che non combatte interpretazioni integraliste delle religioni e culture tribali per il timore di infrangere codici di comportamenti falsamente considerati “politicamente corretti”».

Insomma: da una parte una strumentalizzazione; dall’altra il silenzio.

Fuori dal coro la voce di questo quotidiano con Maria Sole Sanasi d’Arpe che, nelle sue “Considerazioni inattuali” di venerdì 11 giugno, “Saman incatenata”, in maniera colta richiamava il mito di Prometeo che «ha scelto di scegliere e di non sottomettersi».

Conclusione alla quale sarei giunto anche io: in maniera meno mitologica e certamente più prosaica, da anziano uomo del Sud che ha visto (per fortuna non vissuto) molte situazioni simili (per fortuna nessuna di esse cruenta; tragiche, sì) negli anni della sua adolescenza e primissima giovinezza, che ha vissuto il conflitto generazionale ma soprattutto culturale della fine degli anni Sessanta.

In realtà a me sembra di cogliere, nella vicenda di Saman, un momento evolutivo già da noi vissuto, in un passato recente, così recente che è un vissuto di tutti i contemporanei che abbiano più di quaranta anni.

La riforma del diritto di famiglia, in Italia, è del 1975. Fino ad allora il marito era il capofamiglia, con un potere decisionale prevalente ed esercizio della “patria” potestà (“patria”, del padre; oggi c’è la potestà genitoriale). La moglie non ereditava dal marito, perché annotava negli anni ’60 il Torrente (manuale “sacro” di diritto privato) «ripugna alla coscienza sociale che attraverso la moglie il patrimonio passi da una famiglia ad un’altra». L’adulterio era un reato: che, però, riguardava solo la moglie infedele punita con due anni di carcere: sosteneva l’Avvocatura dello Stato «oggetto della tutela, nella norma dell’art. 559, non è soltanto il diritto del marito alla fedeltà della moglie, bensì il preminente interesse dell’unità della famiglia, che dalla condotta infedele della moglie è leso e posto in pericolo in misura che non trova riscontro nelle conseguenze di una isolata infedeltà del marito»: la Corte Costituzionale abolì la discriminazione solo nel 1968. Ma ancora alla fine degli anni ’80 si rinvengono nelle sentenze di Cassazione espressioni come relazione adulterina, concubinato.

La nostra Italia bacchettona – che vietava per ragioni morali la TV ad una già popolarissima cantante Mina perché aveva avuto un figlio fuori dal matrimonio o stabiliva un ostracismo a Coppi per via di una misteriosa “Dama Bianca”) – ammetteva il delitto d’onore: si poteva uccidere, senza essere puniti, la propria moglie, sorella, figlia per tutelare un onore che, evidentemente, si riteneva essere «relegato in mezzo alle gambe» (citazione a memoria da Arbasino, Specchio delle mie brame).

La norma venne abrogata soltanto nel 1981 (avevo già un figlio), insieme al matrimonio “riparatore”: il rapimento di una donna non era reato se il sequestratore si offriva di sposarla; ed il rifiuto al matrimonio da parte della donna – che si presumeva essere stata violata, quindi “sdisonorata” durante la prigionia (neppure si ipotizzava il reato di stupro: che, ricordo ai giuristi che ne possono cogliere la differenza, era una offesa contro il buon costume, non contro la persona) – ne decretava il disprezzo sociale.

Non mi sembra un contesto culturale e religioso diverso da quello in cui è avvenuta la vicenda di Saman e la giovane e ribelle ragazza pakistana è come una delle tante donne, figlie, mogli e sorelle che circa mezzo secolo fa determinarono, ribellandosi, quella che è la più grande rivoluzione culturale e sociale del mio tempo terreno.

Le nostre eroine del tempo furono immortalate in film indimenticabili: non li cito per motivi di spazio.

Ma anche Saman merita una menzione d’onore ed è una martire di una libertà e dignità femminile che sta per essere patrimonio anche di altre religioni e di altre culture.

Perché, come ho già sostenuto, saranno le donne, col loro rifiuto e con l’affermazione della loro libertà e parità, a determinare l’evoluzione verso un modello culturale che accomunerà molto più delle divisioni che derivano da un malinteso senso delle religioni e dal pregiudizio ideologico. E, che Dio ci salvi, dal “politicamente corretto”.

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