venerdì, 12 Agosto, 2022
Società

Tra diritto e giustizia

“È un delitto giustiziare le speranze di sviluppo di una comunità, non incarnare con passione e dedizione un delicato ruolo istituzionale ed è un delitto consentire che le ragioni economiche siano le uniche a dettare le regole”. Così Francesco Paolo Oreste, ex allievo della gloriosa Scuola Militare “Nunziatella”, laureato in Scienze politiche con una tesi su “L’istruzione pubblica nel regno di Napoli tra esigenze di controllo e diritti dell’uomo”, ispettore della Polizia di Stato con una spiccata vocazione per la narrativa e la saggistica.

Francesco Paolo Oreste

Il giovane autore è reduce della pubblicazione de “L’ignoranza dei numeri. Storia di molti delitti e di poche pene” edito da Baldini+Castoldi con prefazione dello scrittore Erri De Luca, nel quale racconta il dilemma interiore dell’ispettore Romeo Giulietti, combattuto tra la legge che ha giurato di servire e la giustizia cui profondamente anela.

Il protagonista del suo romanzo  è un ispettore della Polizia di Stato come lei: ha, forse, tradotto in un  giallo la sua insoddisfazione per le tante indagini che, alla lunga, finiscono in un nulla di fatto?
“Purtroppo non tutti i delitti hanno una legge che li condanni. È un delitto giustiziare le speranze di sviluppo di una comunità, non incarnare con passione e dedizione un delicato ruolo istituzionale ed è un delitto consentire che le ragioni economiche siano le uniche a dettare le regole e a definire le priorità dell’azione politico-istituzionale. Delitti contro il futuro e il presente di una comunità. Però, purtroppo, non sempre si tratta di  reati. La storia che racconto prova a riaffermare il concetto che ciò che è giusto viene prima di ciò che è legge, con tutte le difficoltà che ne derivano per chi -come me- porta una divisa ed è costretto a tenere insieme tutte e due le cose, e che una giustizia che voglia essere davvero equa deve partire dalla necessità di un’azione forte di contrasto alla diseguaglianza economica, sociale e culturale che ci divide”.

Perché, secondo lei, tutti i partiti annunciano la riforma della giustizia ma poi non la si riesce mai ad attuare?
“Forse perché scontano l’errore di considerare la giustizia come uno strumento di potere e non di amministrazione, con la conseguenza che la relativa discussione è sempre stata caratterizzata dalla diffidenza reciproca piuttosto che dalla collaborazione”.

Nel libro racconta la storia della mobilitazione contro le autorità degli abitanti della fascia pedemontana del Vesuvio in occasione dell’apertura di una discarica in pieno Parco Nazionale. In quella circostanza ci fu un cortocircuito istituzionale: lo Stato da una parte e i sindaci con la fascia tricolore dall’altra. Quali furono le cause di tutto ciò? C’è il pericolo che certi scenari ritornino d’attuale?
“Il sistema rifiuti non si è mai evoluto. In questi anni si sono riempiti altri buchi, si sono create e colmate nuove discariche, continuando a seminare e seppellire veleni e tanto altro, ma non si è mai seriamente sostenuto lo sviluppo di un vero sistema di smaltimento alternativo. Le criticità sono dietro l’angolo e, oggi come allora, l’incapacità amministrativa di tanti protagonisti della politica locale (e non solo) è l’habitat perfetto per il mantenimento delle commistioni e collusioni tra istituzioni e malaffare. La gente è stata tradita, troppe bugie, troppi sofismi e finzioni messe in atto per dissimulare il perseguimento dei soli interessi personali da parte del Catilina o del Nerone di turno, troppi numeri ignoranti tirati per la giacca per nascondere la corruzione e il marciume del sistema. La gente scesa in strada in quei giorni è stata Stato senza Stato, una comunità unita in urlo di rabbia e dolore che aspetta ancora risposte, cura e giustizia”.

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