sabato, 27 Novembre, 2021
Sanità

Medici vittime del Covid In questa guerra senza un fronte

Che cosa unisce Abadi Isaac, professore di medicina interna e reumatologia di Caracas, Venezuela e Zweep Berend Jacobus “Jimmy”, medico di famiglia a Roodepoort, Sud  Africa?   Sono rispettivamente il primo e l’ultimo di una lista di 2995 nomi, aggiornata al 29 marzo 2021, di tutti gli operatori sanitari che hanno perso la vita mentre a vario titolo erano in ogni parte del Mondo a curare i malati di Covid-19. Questo è quanto riporta Medescape Oncology, precisando che il numero è approssimato per difetto e chiedendo la collaborazione di tutti per non tralasciare nessuno.

L’elenco è in ordine alfabetico, perché la morte da Covid ha messo sullo stesso piano medici, specialisti, infermieri, amministratori, volontari, autisti, facchini, personale del pronto soccorso e …vigili del fuoco. Giovani appena entrati nel mondo del lavoro, come Kevin Bundy 22 anni, paramedico in Pennsylvania o pensionati come Giovanni Francesconi, medico di base a Brescia, che si è speso fino all’ultimo per i suoi concittadini. Gli tiene compagnia la spagnola Maria Barragan, 92, assistente infermiera. Non sono pochi quelli che hanno rimesso il camice per andare in prima linea a combattere una guerra senza un fronte.

Siamo qui per onorarli tutti, leggo nella nota. Quelli che sono morti di Covid-19 e quelli che non hanno retto allo stress e alla fatica da Covid (tra loro anche tre suicidi). Una guerra senza un fronte e senza generali.  Avevo dedicato a loro il IV volume di Medicina e Oncologia. Storia illustrata scrivendo: “A tutti gli operatori sanitari che hanno perso la vita per Covid-19. Grazie”. Il 1 luglio  2020, giorno del “visto si stampi” erano 1253. Il numero mi aveva impressionato e ancor più la loro distribuzione geografica. Dalle centinaia in Messico a soli due in Cina. E dei due l’oculista Li Wenliang, 33 anni, la “piccola vedetta” che per primo aveva lanciato l’allarme.  Scorrendo le migliaia di nomi leggo con tenerezza “Tato”, “Zeke”, “Chi” “Goyo”, “El Chilango” Chawy”, “Chinito” “El Misil”. Le virgolette, come uno scrigno, racchiudono i nomignoli con i quali erano conosciuti: quasi tutti di età ignota, con cognomi tra i più comuni, sono diventati più uguali degli altri. Mi fanno pensare che forse così li chiamavano anche i loro pazienti; che con loro respirassero un’aria di famiglia. Zeke, aiutami. Goyo, non ce la faccio più.

Due nomignoli tra tutti: Hulk e Bambi.  Il primo, chiamato anche gigante di giada, è un personaggio dei fumetti della Marvel Comics, dalla forza smisurata, creato l’anno in cui ero matricola della Facoltà di medicina. Bambi invece appartiene alla mia infanzia. È il cerbiatto dai grandi occhi che avrei voluto incontrare e portare a casa: l’orfano che sopravvive nella foresta grazie ai suoi amici animali. “Hulk” e l’anziana infermiera ”Bambi” mi dicono che loro non ci sono  più, ma non devono   morire la fantascienza e le favole. L’Umanità ha bisogno anche di miti per sopravvivere.

Mentre sto per chiudere la pagina vedo in appendice un altro elenco, breve, dal titolo Anonymous. Sono cinquantotto le vittime senza nome. Come ogni guerra anche questa ha i suoi militi ignoti. Tra loro ben diciotto medici, morti a Wuhan, Cina. Ma come gli altri 2995, They will not be forgotten: non saranno dimenticati.

 

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