mercoledì, 5 Maggio, 2021
Lavoro

Senza “welfare della cura” niente uguaglianza donne-uomini

La situazione della occupazione femminile in Italia appare sconfortante. Siamo penultimi in Europa, ultimi se consideriamo la fascia d’età tra i 25 e 34 anni. Nel 2020, secondo l’Istat, il numero delle donne al lavoro è stata del 20% più bassa rispetto a quella degli uomini nonostante che il 51% della popolazione italiana sia donna e che in media siano più istruite degli uomini.

Sotto Covid, la situazione sembra precipitare ancora di più. Nel mese di dicembre 2020, l’Istat ha certificato una flessione complessiva dei posti di lavoro dello 0,4% rispetto al mese di novembre, corrispondente a 101 mila occupati in meno, di cui il 98% donne, -99mila unità. Allargando l’analisi a tutto il 2020, la situazione non appare migliore: su 440mila posti di lavoro persi, 312mila coinvolgono l’occupazione femminile.

 

TROPPE BARRIERE D’ACCESSO

Secondo Linda Laura Sabbadini, presidente dell’Engagement Group Women 20 del G20, tra le prime in Europa a stilare statistiche per gli studi di genere, le barriere sono nell’accesso, nella permanenza e nello sviluppo delle carriere lavorative delle donne. Le donne, infatti, riescono ad entrare nel mondo del lavoro più tardi, a parità di posizione guadagnano meno degli uomini e, dopo l’arrivo di un figlio, una su cinque smette di lavorare o ricorre al part time, a discapito della carriera. Quando, poi, vanno in pensione il loro reddito è più basso del 40% rispetto a quello accumulato dagli uomini.

Per la presidente dell’Engagement Group Women 20, andrebbe promosso un welfare della cura, per eliminare le disuguaglianze e alleggerire il carico sulle spalle delle donne: “Investendo su infrastrutture, nidi pubblici (che dovrebbero passare dal 25% al 60%), scuola a tempo pieno, cura e assistenza agli anziani e ai disabili, si farebbe fare un balzo in avanti in termini di benessere non solo a loro, ma a tutta la cittadinanza. Se crescerà l’occupazione femminile diminuirà la povertà e aumenteranno i redditi delle famiglie della classe media”.

 

NECESSARIE NUOVE POLITICHE SOCIALI

Il lavoro di cura non retribuito è secolarmente affidato alle donne, che di fatto sostituiscono i servizi pubblici, come accade anche in altri Paesi. “In Italia – sostiene Sabbadini – le politiche sociali non sono considerate allo stesso livello delle politiche economiche. Anche la scelta del nuovo Governo Draghi di frammentare le politiche sociali in 5 ministeri diversi ci espone al rischio di non avere una regia centrale in un momento in cui le disuguaglianze sono altissime”.

D’altra parte la politica è essa stessa specchio di alcuni di questi retaggi culturali avendo schierato in campo 8 ministre a fronte di 15 ministri. “Io sono molto restia a parlare di quote rosa – sottolinea Sabbadini –  non lo considero un termine corretto. Però credo che siano uno strumento utile per battere il monopolio maschile. Sviluppando una ricchezza degli approcci nei luoghi decisionali, dai governi alle imprese, come dalle associazioni ai sindacati, tutti potrebbero beneficiare di quella diversità”.

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