mercoledì, 20 Ottobre, 2021
Società

Un euro investito su un bambino produrrà 11 euro ai suoi 18 anni. Siani (Pd) presenta il piano infanzia

Prevenire è meglio che curare, si scongiurano i mali, si garantisce uno sviluppo armonico dei singoli soggetti e, soprattutto, si risparmia sui costi finali. Si basa su questo principio il “Piano infanzia” presentato dal Pd e da Liberi e Uguali in Parlamento con una mozione ancora in attesa di risposta. Era stata presentata sotto il Conte bis poco prima della crisi di governo e ora ri-calendarizzata in Aula per il 30 di questo mese. Il Piano suggerisce che nel Recovery Plan venga inserito un capitolo specifico dedicato all’infanzia invece di considerare sempre i diritti delle bambine e dei bambini come residuali. In attesa della risposta da parte del governo, ce lo illustra l’onorevole Pd Paolo Siani, medico pediatra, attento conoscitore delle problematiche infantili e componente delle Commissioni Affari Sociali e Per l’Infanzia e l’Adolescenza.

Cosa significa esattamente mettere al centro delle politiche di sostegno e degli aiuti economici direttamente il bambino anziché le famiglie?
Quello che noi chiediamo è un ribaltamento dell’ottica vigente, di intervenire, cioè, direttamente, miratamente e precocemente sui bambini, addirittura a partire dallo stato di gravidanza della mamma, perché questo porterà giovamento anche alle famiglie e alla società nel suo complesso. Faccio un esempio per tutti: nel Recovery Plan è contemplato e finanziato il capitolo asili nido, attività considerata importante ma solo perché permette alla mamma di lavorare. È finalizzata al suo lavoro. Per noi, invece, è proprio l’opposto, il bambino deve andare all’asilo nido – di qualità, aggiungiamo – perché fa bene alla sua salute fisica e psichica. Quel bambino sarà un adulto migliore domani. Gli studi dimostrano che, chi non vi ha accesso, già in seconda elementare manifesta deficit rispetto a chi lo ha frequentato. Concentrarsi sui bambini significa garantire uno sviluppo psico-fisico sano a tutti intercettare precocemente le situazioni di degrado sociale, prevenendo evasione e dispersione scolastica, il fenomeno dei neet, dei suicidi tra gli adolescenti e le derive criminali.

Cosa contesta maggiormente al sistema attuale?
La mancanza di una visione di insieme, una proposta organica, l’ultima fu quella della Legge 285/97 dell’allora ministra Turco. Sono molti i dicasteri (Famiglia, Istruzione, Politiche Sociali, Salute) che insistono su questa materia. Ma manca una regia centralizzata. Bene il capitolo sugli asili nido e la legge sull’assegno unico per i figli, ma vanno agganciati a un progetto più organico.

Quali sono le conseguenze di questa frammentazione?
 Che spesso si interviene in situazioni emergenziali. Se una famiglia attraversa un momento difficile, ha bisogno di aiuti, e non necessariamente solo di tipo economico, anche di vicinanza, di sostegno morale, ebbene se quella famiglia viene monitorata fin dalla gravidanza della mamma è più facile evitare eventuali degenerazioni a scapito del minore. Mi è capitato un caso drammatico proprio in questi giorni che rende bene l’idea: è stata ricoverata a Napoli una neonata di soli quattro giorni con lesioni cutanee che non si sa se da ustioni o da un uso improprio di varichina per l’igiene personale o di altri prodotti tossici e la cosa pazzesca è che a quella mamma avevano già tolto due figli per gravi problemi neuro psichiatrici. È possibile che uno stato civile non intervenga prima che nasca il terzo bambino invece che a tragedia avvenuta? Che ci interroghi solo dopo? Se un genitore ha quel passato, deve essere seguito passo passo, altrimenti significa che parliamo di una società che non vede o fa finta di non vedere. Oramai è facile rilevare fattori di rischio: famiglie mono-parentali, con genitori in carcere o tossicodipendenti, in coabitazione, in povertà assoluta. In questi casi deve scattare una rete di solidarietà, che in qualche modo accompagni la famiglia nell’intero percorso di crescita del neonato in arrivo.

Entriamo nel merito della mozione, quali i punti cardini della vostra proposta?
La priorità è quella di iniziare a occuparsi di infanzia con un programma di accoglienza del neonato alla nascita, con visite domiciliari in quelle famiglie considerate a rischio, da parte di personale non per forza specializzato. Noi diciamo che va bene anche una mamma esperta, appositamente formata, che ha tempo da dedicare e che metta a disposizione della collettività la sua esperienza, è un progetto già positivamente sperimentato. Per quanto riguarda gli asili nido e le scuole materne chiediamo che si colmi quel gap che si è creato tra le regioni italiane, altrimenti quelle del Nord continueranno a crescere e quelle del Sud ad arrancare, condannando alla povertà educativa un elevato numero di bambini. Sempre sul piano scolastico, auspichiamo che gli investimenti mirino a un numero sempre crescente di scuole aperte al tempo pieno; scuole belleaccoglienti e, soprattutto, sicure. Ricordiamoci che proprio la mancanza di sicurezza ci ha portato ad essere il paese con le scuole chiuse per più tempo nella pandemia. Per gli adolescenti è necessaria una valorizzazione di figure quali psicologici, educatori, neuro-psichiatri, pedagogisti, perché per i prossimi anni avremo problemi a livello psicologico post-pandemici non di poco conto. L’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma ha già avviato una verifica del fenomeno e il numero di adolescenti con problemi neuro psichiatrici è talmente alto da non riuscire a contenerlo e ad assicurare loro una assistenza adeguata. Infine, proponiamo il rafforzamento delle reti di prossimità attraverso il coinvolgimento istituzionale da parte degli Enti Locali del Terzo Settore, di tutto l’associazionismo civico, co-protagonisti della comunità educante. Durante la pandemia hanno svolto un ruolo strategico ed encomiabile.

Tutto questo sembrerebbe molto costoso?
No, affatto. Il risanamento della Sanità previsto dal Recovery Plan e le reti già esistenti sul territorio, come i consultori familiari, sono sufficienti. Come abbiamo detto vanno messi in rete e coordinate tutte le risorse finanziarie e umane.

Tra l’altro, i costi della prevenzione dovrebbero, come sempre, essere minori della spesa sociale per il recupero dell’infanzia disagiata?
Esattamente ciò che sostiene, nella letteratura scientifica consolidata, Achermann, il quale dice che investire 1 euro alla nascita di un bambino produce 11 euro quando quel bambino avrà 18 anni. E prima si investe, in particolar modo tra gli 0 e i 5 anni, più l’investimento sarà fruttuoso; più tardi si interviene e meno conveniente sarà. Il problema sta nel fatto che quando gli effetti di una proposta politica non si vedono nell’immediato, ma solo nel tempo, si scontra con la tempistica del consenso elettorale.

La regia potrebbe essere portata vanti dal Garante per l’Infanzia?
In teoria sì, ma non con le prerogative attuali. È un organo meramente consultivo, andrebbe potenziato e ripensato nelle sue finalità.

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