domenica, 11 Aprile, 2021
Attualità

Clubhouse e il valore dell’identità acustica

La sede dell’ISO di Ginevra

L’esplosione dell’app Clubhouse, un nuovo social network basato su audio-chat, anche a seguito dell’aggravarsi della situazione che ha portato lo scorso mese a tragici eventi, ha acceso l’attenzione del Garante della privacy, che ha disposto il blocco temporaneo degli utenti dei quali non sia stata accertata l’età. Insieme alla quasi contestuale apertura di approfondimenti su Facebook e Instagram, in questa nuova crociata 2.0. l’obiettivo dichiarato dal Collegio della privacy è quello di riuscire ad ottenere indicazioni precise sulle modalità di iscrizione ai social e sulle tecniche adottate per verificare l’età di chi richiede l’apertura di un account.

La Discussione ha incontrato l’Ing. Andrea Trenta, vicepresidente della Commissione tecnica di Ingegneria del software e componente della Commissione Tecnologie abilitanti per Industry 4.0 di UNI, oltre che collaboratore di diversi enti di standardizzazione internazionali e le Università Sapienza di Roma e Politecnico di Torino.

Sotto il punto di vista tecnico, Clubhouse rischia davvero di minare la privacy dei propri utenti?
Voglio soffermarmi, innanzitutto, sulla richiesta di informazioni avanzata dal Garante privacy a Clubhouse sull’uso dei dati biometrici degli utenti: come vengono trattati i campioni vocali degli utenti che partecipano alle “room”? In particolare, tali dati vengano elaborati per ricostruire un’impronta vocale?

La biometria, cioè il riconoscimento della persona basato sulla unicità (o quasi) di caratteristiche fisiche che vengono misurate (es. volto, impronte digitali, voce), grazie alla disponibilità di sensori e processori sempre più economici e performanti, è molto utilizzata anche in semplici applicazioni come lo sblocco di un cellulare, in alternativa o in aggiunta a metodi più semplici come lo sblocco tramite PIN, mentre solo fino a pochi anni fa ne sentivamo parlare solo perché utilizzate per aspetti di identificazione connessi con la pubblica sicurezza.
Proprio le impronte digitali, utilizzate sin dai tempi della Roma imperiale come identificazione e nella Persia del XIV secolo per siglare documenti, sono state le prime ad essere studiate da un punto di vista medico: Marcello Malpighi (1686), John Evangelist Purkinji (1823), mentre il primo a sfruttare le impronte per confermare o negare l’identità per scopi legali fu il magistrato William Herschel, (1856); il maggior contributo è riconosciuto a Francis Galton, un antropologo inglese apprezzato da Charles Darwin, che provò che le impronte non hanno alcuna utilità nella determinazione della storia genetica dell’individuo, ma la hanno nella determinazione dell’individualità e che non cambiano nel tempo. In Inghilterra e nel Galles l’introduzione delle impronte per l’identificazione dei criminali cominciò nel 1901.

Tornando ai nostri tempi, quale potrebbe essere il rischio di consegnare a Clubhouse i nostri dati biometrici, come ad esempio le nostre tracce vocali?
Se consideriamo che un dato biometrico può essere utilizzato per scopi di identificazione -ci riferiamo all’impronta digitale o al volto- o conferma -qui ci riferiamo alla voce- di altri dati di identificazione, è naturale considerarlo più prezioso del nostro nome o numero di telefono e per questo assegnargli una particolare attenzione.

L’impronta vocale è la nostra identità acustica, analoga alla impronta digitale, formata dal complesso di più di cento parametri elaborati a partire dai campioni della nostra voce che sono stati raccolti durante l’”addestramento”. È molto difficile che i dati biometrici vengano usati per scopi fraudolenti, come invece alcuni film ci hanno insegnato (J. Bond usa un polpastrello fittizio per fingersi il contrabbandiere Peter Franks in “Diamonds are forever” del 1971), è molto più facile che diventino un business: alcune aziende hanno iniziato a utilizzare il riconoscimento vocale in particolare per l’accoglienza dei loro clienti, ad esempio una banca telefonica, con grande soddisfazione dei clienti, compreso il sottoscritto, stufi di digitare PIN con un numero di cifre sempre più elevato. I risultati sono incoraggianti e premiano anche in termini economici le aziende che adottano simili soluzioni.
Aggiungiamo che l’identificazione non è l’unico scopo del riconoscimento vocale e che i progressi della ricerca anche nazionale nel campo della voce (si ricorda l’esperienza e i brevetti internazionali dello CSELT di Torino nella sintesi vocale) sono stati enormi: si è passati dai sistemi di dettatura negli anni 90 basati su modelli euristici che prevedevano la parola in base al contesto e ai (pochi) fonemi riconosciuti, tra l’altro dipendenti dal parlatore, a sistemi in grado di riconoscere qualsiasi voce, cioè senza o quasi addestramento e dipendenza dal parlatore, e in ambienti rumorosi, tanto che sono disponibili traduttori simultanei portatili.

Quale sarà, a suo avviso, l’esito della richiesta del Garante?
È notizia successiva all’intervento del Garante Privacy che si siano aggiunti problemi di sicurezza alla gestione dei dati personali delle “room” di ClubHouse ed è presumibile che ciò rappresenti per l’Autorità un ulteriore elemento da chiarire. Voglio concludere però ricordando come, grazie ad altre app, e previo apposito consenso al trattamento dei propri dati, dare comandi vocali per fare una telefonata con il nostro cellulare è diventato più comodo che digitare i numeri sulla tastiera: è una dimostrazione che i nostri dati biometrici possono essere utilizzati bene e nel pieno rispetto della privacy.

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