mercoledì, 4 Agosto, 2021
Economia

Auto e Recovery fund, fusioni e nuovi gruppi, ora è necessario parlare di stabilimenti italiani e lavoro

Mentre sono in atto mega fusioni nel settore dell’auto, in Italia, “manca da venti anni”, un dibattito sul futuro del settore automobilistico. È la visione critica di Francesca Re David, segretaria generale di Fiom Cgil, all’indomani dell’annuncio della nascita di Stellantis, il nuovo mega gruppo automobilistico franco-italiano-statunitense-tedesco-britannico, che prenderà ufficialmente il via il 16 gennaio. Re David pur riconoscendo il nuovo salto di qualità del settore automobilistico ne sottolinea i limiti e le prossime difficoltà.

“Qui mancano politiche industriali da vent’anni. L’Italia è in condizione di debolezza in questa fusione alla pari con i francesi. La nascita di Stellantis”, osserva la segretaria della Fiom-Cgil, “è un fatto in sé necessario perché si crea un gruppo di taglia più grande ma occorrerebbe la presenza dello Stato nel capitale. Per avere voce in capitolo sulle strategie future. E invece non abbiamo neanche un tavolo sull’auto perché non mi dirà che quei tre minuti in cui ognuno ha detto la sua somigliano ad un vero confronto.

Abbiamo appreso dai giornali la notizia della trattativa per la cessione di Iveco, un asset storico e strategico dell’industria della mobilità italiana. L’azienda, su nostra richiesta, ci ha immediatamente convocato per informarci, mentre allo stato non sappiamo neppure se il Governo fosse informato e se ritiene sia utile un confronto”. Alla domanda sugli investimenti sull’elettrico e il ruolo degli stabilimenti italiani della Fca, la dirigente sindacale risponde sottolineando i rischi a cui lavoratori e stabilimenti sono esposti. “Fca è arrivata in ritardo sull’elettrico”, commenta Re David, “Ha dovuto negoziare con i francesi per colmare questo divario ora però attendiamo di conoscere il piano industriale di Stellantis, ma il nuovo soggetto che interlocuzione avrà col governo e con i sindacati in Italia? Quanti e dove saranno gli investimenti in ricerca e sviluppo? Che fine faranno gli stabilimenti posizionati sui motori endotermici, come quello di Cento? E qual è la strategia del governo sulla mobilità visti i fondi del Recovery in arrivo? L’automotive si lega a doppio a filo alla transizione energetica e all’idea di Paese che abbiamo in mente nei prossimi anni. Non possiamo andare avanti solo con gli incentivi. Qualcuno ha in mente di convocare tutti gli attori della filiera ascoltando le loro proposte? Si tratta di tutelare dai 60mila dipendenti diretti ai 250 mila della componentistica”.

Le riflessioni della segretaria della Fiom sono apparse sul sito della Federazione sindacale, e alla domanda del Corriere.it, sul fatto che il piano di investimenti della Fca tocca i 5 miliardi, e che l’azienda ha portato avanti i suoi impegni, la risposta è stata diretta e sul filo della polemica. “Vero, ma dopo aver disatteso tutti quelli precedenti”, puntualizza Francesca Re David, “Per mantenere le maestranze e raggiungere la piena occupazione non possiamo puntare solo sui prodotti ad alto valore aggiunto come i modelli Maserati. Bisognerebbe ragionare sul mass market. Se si eccettua lo stabilimento della Sevel e quello di Melfi gli altri impianti non viaggiano con la piena capacità produttiva e ciò porta al ricorso alla cassa integrazione”. La segreteria della Fiom-Cgil, ha parole di critica anche verso il Governo per il mancato coinvolgimento delle parti sociali.

“Il governo sul Recovery non ci ha coinvolto come invece sta avvenendo in Germania. Sul futuro non si ragiona con i sindacati. Non ci considerano un interlocutore sulle scelte da fare, veniamo chiamati solo quando creiamo mobilitazione. E invece dovremmo ragionare”, sottolinea inoltre Re David, “insieme su questa transizione basata su digitalizzazione, intelligenza artificiale, elettrificazione, idrogeno. Parlando anche di riduzione dell’orario di lavoro. Non esiste nella storia del movimento operaio un solo momento in cui la tecnologia non abbia portato a maggiore ricchezza con un minor tempo impiegato. Dovremmo redistribuirla sui lavoratori riducendo il carico orario, inserendo il tema nella riforma degli ammortizzatori sociali”.

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