lunedì, 26 Ottobre, 2020
Politica

Dietro la Lega “liberale”, il duello tra Salvini e la Meloni

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Salvini liberale? La Lega nel Ppe? È un po’ che Giorgetti ci prova.

Durante il governo gialloverde l’uomo era il garante degli equilibri istituzionali, amico del Colle e dell’Europa che la base del partito odiava e ancora odia.

Adesso, la svolta “moderata” della Lega sembra una strategia destinata a consolidarsi. Le ragioni potrebbero essere molte a partire dalla constatazione che il vento sovranista si è fermato e in pieno Regime-Covid, gli italiani e non solo, si affidano, dati e numeri alla mano, a chi offre garanzie, a chi rassicura, agli uscenti, e non gradiscono i cambiamenti, visti e percepiti come incertezza, paura, pericolo, instabilità.

D’altra parte, i risultati delle recenti amministrative hanno parlato chiaro. Inoltre, Salvini ha capito che spingere sulla natura radicale del centro-destra (euroscetticismo, migranti, sicurezza etc), fa il pieno di voti, delle simpatie, ma non vince, non ottiene la maggioranza. All’appello mancano e mancheranno sempre i moderati. Era questo lo schema riproposto da Berlusconi: rioccupare quel centro attualmente senza rappresentanti degni di nota.

E certamente, Salvini, con la sua “svolta liberale”, ha pensato di anticipare le mosse del redivivo Cavaliere, di Renzi, di Calenda e dello stesso Conte. Tutti al lavoro per dare vita e corpo ad un’area geografica fondamentale per la vita parlamentare e politica del paese.

Finora lo schema del “partito-arcipelago”, con dentro tutto e il contrario di tutto, ha funzionato:ossia, avere dentro laicisti e cattolici del Family Day, liberisti e sociali, euroscettici alla Borghi, Bagnai e Rinaldi, e poi proporre Draghi, esattamente il simbolo contrario, come possibile alternativa al governo giallorosso. Era ed è, nella logica dei partiti a vocazione maggioritaria. Medesimo percorso di Berlusconi quando varò il partito degli italiani; e di Renzi, quando ipotizzò il partito della nazione e ora di Salvini.

Ma c’è un ma. Se dal “partito arcipelago” si passa al “partito omogeneo liberale”, almeno sul piano culturale e ideologico, sono dolori. La Lega rischia di diventare una nuova Dc3.0, perdendo il suo zoccolo duro e non acquistando i moderati. Può il Carroccio, con la sua storia, il suo Dna, entrare nel Ppe, da decenni non più l’internazionale dc, non più l’internazionale conservatrice, ma solo l’internazionale globalista, liberista e laicista?

Tutto questo solo per fare un dispetto alla Meloni che nel frattempo, è stata incoronata regina dei conservatori europei? Per proseguire quella guerra civile interna allo schieramento, iniziata già da un pezzo, che pensa unicamente all’egemonia dentro e non alla vittoria fuori?

Auguriamo a Salvini migliori fortune. Ma i precedenti liberali, da destra al centro, ad esempio, di Fini, non hanno portato bene. La “sindrome-Pera” (l’intellettuale che ha tentato la via cattolico-liberale), resta troppo alta e nobile per finire in un giochetto politico.

(Lo_Speciale)

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