martedì, 20 Ottobre, 2020
Esteri

Babbo Natale fa paura e finisce in tribunale

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La tecnologia non finisce mai di stupirci anche se, a volte, fa paura.

Tiene banco negli Stati Uniti, in questi mesi, il caso della famiglia Blakeley che, nel dicembre scorso, aveva istallato nella propria abitazione una videocamera “Amazon Ring”, prodotta dal colosso di Seattle e che prometteva la massima sicurezza contro qualsiasi intrusione all’interno delle mura domestiche.

Grazie a diversi apparecchi presenti in più stanze, infatti, Ashley e Dylan Blakeley potevano in ogni momento controllare ogni più piccolo movimento all’interno del focolaio domestico, compreso cosa stessero facendo le loro tre bambine nelle proprie camere. Peccato però che, a poche ore dallo scoccare del Natale, un hacker privo di ogni scrupolo ha forzato il sistema e si è introdotto nella rete Internet della famiglia, spiando le bambine e addirittura interagendo, tramite il microfono incorporato in Ring, con una di loro. Ad un certo punto, infatti, lo sconosciuto ha detto alla bambina di essere Babbo Natale e, con fare perentorio, le ha ordinato di mettere a soqquadro la sua stanza e rompere la televisione. 

Adesso la parola spetterà ai giudici californiani investiti della questione. La famiglia Blakeley ha portato alla sbarra Ring, chiedendone conto e ragione. Nell’atto di citazione si legge che “Invece di aiutare le famiglie a proteggere le loro case, i dispositivi di sicurezza Ring hanno avuto l’effetto opposto consentendo agli hacker di sfruttare le vulnerabilità della sicurezza nel sistema per spiare e molestare i clienti all’interno delle loro case“. 

I contorni tetri della vicenda non sono da poco. Secondo i Blakeley l’hacker, per avere maggiore presa sulla fanciulla, ha anche suonato una canzone del film horror “Insidious”. Un incidente traumatizzante per chiunque, figuriamoci per una bambina di 8 anni. Da quel momento Alyssa, questo il nome della sfortunata ragazzina, non ha più voluto dormire nella sua stanza.

Simile ma più invasivo episodio anche per una famiglia della Florida. Nei mesi scorsi, sempre sfruttando i “buchi” di Ring, uno sconosciuto si è introdotto nella rete domestica e ha lanciato insulti razzisti contro il figlio di 15 anni che, per di più, non è mai apparso davanti alla telecamera durante l’incidente. Tale fatto lascia presagire che l’hacker stesse scrutando la vita privata di questa famiglia già da diversi giorni, fattore che accresce la preoccupazione verso questo tipo di tecnologia.

Ma i guai per Ring non finiscono qui. Secondo un rapporto dell’Electronic Frontier Foundation (EFF), l’organizzazione impegnata nella tutela dei diritti digitali, sembra che Ring abbia raccolto in maniera fraudolenta diversi dati degli utenti, trasferendoli successivamente a cinque società americane tra cui Facebook e Google. Tra le molte informazioni rubate, stando sempre a quanto riportato da EFF, molti dati sensibili come i nomi completi degli utenti, il loro indirizzo mail e l’IP.

Che la privacy rappresenti il nervo scoperto di Ring è ormai assodato. Ad oggi le cause aperte contro questa nuova tecnologia sono circa 200, soprattutto in merito all’uso dei dati personali degli utenti e le basse misure di sicurezza che aprono le porte ad ogni genere di attacco informatico.

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